1.
Apro gli occhi e dal finestrino vedo le stelle punteggiare il buio del cosmo.
Sarei tentata di formulare qualche pensiero profondo e poetico sulla vastità dell’universo e il nostro ruolo in esso, se solo non dovessi impegnarmi a trattenere il vomito e cercare di capire dove mi trovo.
Siedo sola nella carrozza, vi alberga un silenzio sovrannaturale.
Guardo con attenzione il paesaggio oltre il vetro e penso che, a giudicare dalla distesa di blu che ci siamo lasciati alle spalle, dobbiamo decisamente trovarci lontano dalla superficie terrestre.
Non sapevo esistesse un servizio ferroviario del genere.
In cerca di un bagno dove poter rigettare il contenuto del mio stomaco, mi sollevo e avanzo tra i vagoni deserti fino a raggiungere il primo.
Nessuna traccia di una toilette, finora. Nemmeno del capotreno.
Sono l’unica persona presente su questo treno mentre procede lento, in autonomia, verso la meta.
Già, verso quale meta?
Siedo in cabina di comando e guardo la luna davanti a me.
Non sembra lontana.
Scossa da un conato, mi piego e rilascio una discreta quantità di vomito sul pavimento del treno in corsa.
***
Credo che tutto ebbe inizio quando conobbi Sancho nel reparto psichiatria del Sant’Orsola, dove fui ricoverata dopo aver dato fuoco al tavolo di un locale e aggredito il mio ex con una bottiglia di olio
di semi di girasole.
Nel referto il medico aveva scritto “Crisi psicotica”.
Mi svegliai a tarda notte in un letto d’ospedale senza ricordare cosa fosse successo.
Ad accrescere la mia apprensione contribuì la presenza di un tale che passeggiava avanti e indietro per la stanza semibuia.
Era un uomo sulla cinquantina, magro come uno spillo, un altissimo appendiabiti umano sopra cui era stato buttato un camice sbiadito che un tempo doveva essere azzurro.
Mentre fumava con circospezione, rivolgendo a intervalli regolari occhi e orecchie verso il frammento di corridoio che si poteva intravedere attraverso la porta socchiusa, raccontò di essere in fuga da quello che definiva “l’intollerabile russare”
del compagno di stanza.
Mi offrì una sigaretta con gesti teatrali, mettendosi poi a sedere sul letto libero, non prima di aver eseguito un profondo inchino con occhiolino annesso.
<<Non lo dica a nessuno, gentile donzella, mi raccomando.>>
Mi dava del Lei, e quel Lei me lo immagino proprio così, con la elle maiuscola. A volte infiocchettava quelle frasi in italiano desueto con un “gentile donzella” nel mezzo, inserito senza nessuna ragione logica o estetica alla mia portata.
Dichiarò di essere in grado in aiutare i matti ricoverati in psichiatria, era suo compito informarli sulla possibilità di recuperare il senno perduto recandosi sulla luna.
L’aveva letto in un libro, asserì, non poteva certo essere una bugia.
Gli chiesi con la massima serietà di cui fui capace se pensasse che il procedimento fosse valido anche per lui.
<<Assolutamente.>> rispose fiero <<Casomai la sua fosse una domanda mascherata da un’altra domanda, gentile donzella, il sottoscritto sa benissimo di essere matto.
Purtroppo i vostri illuminatissimi medici non concordano. E dovremmo trovarci nell’era della cosiddetta Scienza!>>
Pose molta enfasi, e una discreta dose di disprezzo, sulla parola Scienza (anche questa me la immagino maiuscola).
<<Cosa dicono, invece?>> chiesi.
<<Ferita all’addome>> rispose, sollevando intanto il camice sopra la pancia, e sulla pancia c’era una garza larga quanto un foglio A4, forse A3, in gran parte incrostata di
sangue.
Rimasi a bocca spalancata per svariati secondi, fino a quando riuscii a domandare:
<<Tu non sei di questo reparto, vero?>>
Poco dopo accorsero gli infermieri a strappare la sigaretta di bocca al fuggiasco e riportarlo in chirurgia, dov’era destinato a passare il resto della notte in compagnia dell’intollerabile russare del compagno di stanza.
Quando chiesi all’infermiera chi fosse quell’uomo emise una risatina frivola,
coprendosi la bocca con la mano.
<<Non hai mai sentito parlare di Sancho? Qui è una celebrità, è la terza volta che lo vediamo quest’anno. >>
Mi raccontò che quello spostato teneva un blog spettegolatissimo in città, il cui titolo era My Friend Quixote.
Sancho non era il nome di battesimo, ma in questo modo si presentava a tutti, e in questo modo firmava gli articoli pubblicati in rete.
Lei stessa ci aveva chiacchierato diverse volte, durante i ricoveri, cercando di capire il perché di quei scritti strampalati.
Il grande narratore le raccontò di essere lo scudiero del defunto Don Chisciotte e di doverne proseguire la missione, guardando il mondo con gli stessi occhi.
Riempiva il blog di storie fantasiose i cui personaggi rispecchiavano in maniera contorta le persone che incontrava in giro, inserendoli in un contesto che potremmo
approssimativamente definire un fantasy medievaleggiante.
Alcuni lettori non gradirono le descrizioni dei loro corrispettivi di finzione, i quali spesso portavano lo stesso nome, se non uno molto simile.
Uno dei lettori più critici si era espresso il giorno precedente, non ricorrendo ad alcuna abilità dialettica ma preferendo dimostrare che la spada poteva fare più male
della penna.
Sostituite pure la parola “spada” con “coltello da carni”.
Marcello il Macellaio di Via Graziano non pensava che il personaggio di Marcello il Domatore di Maiali fosse tanto riuscito, e fu l’addome perforato di Sancho a risentire del mancato apprezzamento.
Mi reputo d’accordo solo in parte, in effetti le scene in cui amava i suini erano deboli dal punto di vista descrittivo.
Come potrete immaginare, passai il resto del ricovero a deliziarmi con i post raccolti nel blog My Friend Quixote.
La lettura non fu turbata neppure dall’arrivo di una compagna di stanza imbottita di sedativi in quantità sufficiente a placare un esercito di elefanti.
Dormì per tutto il tempo, ogni tanto emettendo qualche verso che poteva sembrare una parola di senso compiuto, facendomi sollevare gli occhi dal display nel dubbio
che volesse comunicarmi qualcosa.
Poi mi rituffavo nel magico mondo di Sancho lo scudiero.
Nulla riuscì a rompere l’incantesimo, nemmeno il chiassoso sottofondo del reparto psichiatria fatto di urla, schiamazzi, inseguimenti per i corridoi. Dalle chiacchiere concitate delle infermiere appresi che il blogger vittima di accoltellamento all’addome era stato dimesso. Peccato, non avrei potuto ospitarlo per un’altra fumata clandestina.
L’unica visita che ricevetti fu quella di Patrizia, la mia capa, per annunciarmi che non era più la mia capa.
Dopo essersi informata riguardo le mie condizioni, prese forza e disse laconica che l’avevo combinata grossa. Farfugliò di volermi ancora tanto bene, e che lavorare con
me per tutto quel tempo era stato un piacere e un privilegio ma no, non poteva tenermi. Avevo dato fuoco a un tavolo e aggredito un cliente, ormai in giro lo sapevano tutti.
<<Capisci cosa significherebbe per l’immagine del pub averti ancora nello staff?>> disse, corrucciando le labbra.
<<Capisco quello che significherà per le mie finanze non essere più nello staff.>> dissi io, parodiando la sua espressione intristita.
Fui dimessa piuttosto in fretta, il medico del reparto mi rassicurò, non era nulla di grave, forse il collega responsabile del ricovero aveva esagerato un pochetto con l’uso del termine “psicosi”, ma dovevo farmi seguire da qualcuno affinché riuscissi ad attenuare lo stress e prevenire una seconda crisi.
Annuii gravemente, cercando di non far prevalere la vocina interiore che diceva “Sì, bravo, ora fammi tornare a casa e non vediamoci più in questa vita e neppure nelle prossime reincarnazioni, grazie.”
All’uscita dall’ospedale venne a prelevarmi con la macchina la mia coinquilina Sabrina. La strega Sabrina.
La chiamavo così perché il suo nome mi faceva pensare a quella vecchia serie televisiva degli anni ’90 con la streghetta teenager e il gatto parlante. Aveva persino i capelli biondi e lo stesso taglio della protagonista, era scontato che la mia mente la
associasse a cotanto idolo d’infanzia.
Durante il primo anno di convivenza la costrinsi a guardare tutti gli episodi insieme a me. Dopo la visione dei primi dieci disse di essere concorde con il mio parere, il gatto era il personaggio migliore.
In auto, sulla strada del ritorno a casa, le feci il resoconto semiserio del mio ricovero, incluso l’incontro con il blogger fuggiasco che fumava di nascosto nella
mia camera.
Sabrina disse di sapere del leggendario Sancho da parecchio tempo, era uno degli argomenti di discussione più in voga tra le colleghe al supermercato.
<<Ma cosa fa? Dove vive? È un barbone?>> sparai la tripletta di domande con un tono di voce in crescendo che tradiva una curiosità eccessiva.
<<Certo che no.>> la strega Sabrina fece un gesto magico con la mano per far dissolvere la mia eccitazione venefica << Ha un negozio di biciclette e articoli sportivi più o meno in centro, ma si dice che i clienti scarseggino. Hanno paura di finire dentro i suoi post, letti da tanta gente.>>
<< Ecco, a proposito di quei post.>> Dissi. << Ho notato molte stranezze. Ad esempio lui si dipinge basso e grasso, in diversi passi descrive la pancia rotonda come un’anguria mettendoci molto trasporto, le sembra affezionato. La persona che
ho incontrato io invece è magra e alta, quasi uno scheletro.>>
<<In quel blog di vero c’è ben poco, credi a me.>>
2.
Ripercorro i vagoni del treno fino a tornare sul sedile in cui mi svegliavo non troppi minuti fa in stato confusionario, ora con lo stomaco più leggero.
La confusione però resta.
Il treno avanza nello spazio in direzione del grande satellite lattiginoso davanti a noi.
È tutto così calmo. Così silenzioso.
Cosa sta succedendo?
Ad essere sinceri la risposta non mi importa, ora voglio solo rilassarmi e godermi il viaggio.
Ma la rottura di maroni è sempre dietro l’angolo, e nel mio caso si manifesta sotto forma di bip del cellulare.
Vorrei tanto complimentarmi con la compagnia ferroviaria per il servizio wi-fi. Ha un’efficienza spaziale.
Il mittente del messaggio appena ricevuto risulta essere “Ezio”.
Quel deficiente.
***
Non aggredii Ezio solo perché era deficiente.
Cioè, di sicuro fu il suo essere deficiente a farlo comportare in quel modo ignobile, ma andiamo con ordine.
Lo conobbi cinque anni prima dell’aggressione, faceva l’assistente di uno dei pochi professori di cui riuscii a seguire le lezioni in quel periodo caotico.
Ero già fuori corso alla triennale in Lettere, con una sconfortante manciata di esami passati alle spalle, vivevo da poco tempo nell’appartamento condiviso con Sabrina, che grazie a me aveva appena scoperto di essere la strega protagonista di una serie anni ’90, e mi mantenevo facendo la cameriera nel pub di Patrizia.
Durante una pausa caffè nei corridoi universitari parlai con quell’assistente nerovestito di nome Ezio, che mi attizzava abbastanza, riguardo il mio sogno di diventare scrittrice e dei due capitoli redatti fino ad allora del romanzo con cui avrei raggiunto il successo planetario.
L’assistente Ezio disse di aver prodotto nel corso della sua vita soltanto poesie, custodite in una Moleskine che fungeva da canzoniere, ma sostenne di possedere fiuto per ogni forma di scrittura, se non di arte, e di voler valutare i miei testi.
Il mattino seguente inviai alla sua casella email i due capitoli del romanzo, nel pomeriggio mi invitò a bere qualcosa in un bar in centro per parlarne. Fu un lettore inaspettatamente veloce.
Ma fin troppo critico.
La diplomazia non è mai stata il suo punto di forza, anzi, credo fosse convinto che ostentare tanta pignoleria gli donasse carisma. Però bastava fingere che non emettesse parole e diventava molto più appetibile.
Neppure le poesie del canzoniere Moleskine erano così male, sebbene alcune le trovassi un po’ confuse, forse per lo stato di agitazione sotto cui erano chiaramente state prodotte.
In questi componimenti irrequieti parlava di un certo aquilone in suo possesso e dei mirabolanti viaggi che esso compiva in nere foreste e dolci colline di lande immaginarie a cui aveva assegnato nomi femminili. Durante i primi mesi del nostro rapporto scrisse alcuni componimenti sui viaggi dell’aquilone in una foresta dalle “rosse foglie autunnali”.
Ezio aveva quindici anni più di me e indossava solo capi dai colori scuri quanto il petrolio, credo perché vedesse se stesso come una sorta di poeta maledetto.
Di certo non furono poche le maledizioni che gli inviai, anche tramite riti pagani di cui non posso esplicare le modalità, durante la nostra frequentazione quinquennale scandita da violenti litigi e goffe riappacificazioni.
L’ultima lite prima dell’aggressione avvenne perché mi chiese di smettere di fumare e, magari, anche di imprecare così tanto. Trovava tutto ciò molto poco femminile.
Abbandonai subito dopo il suo appartamento, augurandogli tanto divertimento nel giocare con l’aquilone da solo.
Tornata a casa, stappai una birra e, dando prova immediata della mia maturità nel rispondere alle critiche, sedetti sul divano in sala da pranzo a declamare ad alta voce tutte le imprecazioni più oscene che avevo in testa. La strega Sabrina si materializzò nella stanza, chiedendomi cosa diavolo stessi facendo.
Spiegai di aver appena scaricato Ezio e di voler passare il resto del pomeriggio a maledire quel deficiente con tutto il fiato che avevo.
Lei disse di non ricordare nemmeno che ci fossimo rimessi insieme, ma sedette vicino a me per pronunciare altre maledizioni.
Quella sera andai a lavorare al pub con una discreta dose di alcol in circolo, ma la mia capa Patrizia preferì non commentare, nonostante il suo sguardo sembrasse quello di un fantasma giapponese posseduto da qualche forma atavica di rancore.
Intorno alla mezzanotte ebbe da ridire sui continui rifornimenti in solitaria dietro il bancone e mi invitò a sospendere il turno per fumare qualche sigaretta sul retro e rilassarmi. Accettai senza fare storie.
Amavo sedermi sui gradini dell’uscita posteriore a fumare in tranquillità, lontano dalle voci, dagli odori e dalla musica.
Dio quanto detesto la musica.
Non parliamo poi dei brani che Patrizia inseriva nella playlist del locale e che conoscevo mio malgrado a memoria, tutto quell’hard rock e quell’elettronica sperimentale, per non parlare della nauseabonda indie italiana.
Robaccia che non ho mai finto di apprezzare per ricevere il sigillo di appartenenza alla tribù dei giovani che oscillano la testa a tempo simulando godimento estetico, nonostante essa, la loro musicaccia, abbia costituito per anni la frastornante colonna sonora delle tragicommedia di cui mi vedevo protagonista ogni sera di lavoro al pub.
Amavo invece ascoltare i dialoghi della clientela.
Forse questa è la parte che ho sempre preferito del lavoro di cameriera, ascoltare le storie degli sconosciuti.
Quella sera, ad esempio, assistetti all’ascesa e al declino del movimento politico che avrebbe dovuto cambiare le sorti del paese.
La vicenda ebbe luogo al tavolo diciassette, intorno a cui un manipolo di giovani studenti e studentesse dagli sguardi carichi di fiducia approvarono il programma definitivo, dopo settimane e settimane di confronti dinanzi a schiere di birre.
Alle undici e tredici minuti l’intero tavolo diciassette brindò al futuro della nazione, ma il movimento subì la prima scissione al termine della serata per via di una lite tra i fondatori su come organizzare i passaggi in macchina per il rientro.
Quella sera sostai fin troppo spesso nei pressi del tavolo diciassette. Per capire in anticipo quale sarebbe stato il destino della nostra nazione, ovvio, ma anche per via di quel tipo con gli occhi azzurri e il piercing al labbro che parlava poco e sembrava l’unico membro della tavolata non bisognevole di cure.
Mi parve che quelle pupille straordinariamente luminose ricambiassero la mia attenzione.
Ne ebbi conferma quando mi raggiunse sul retro, durante la pausa sigaretta imposta da Patrizia.
Quando arrivò stavo dialogando, in verità monologando, con Salem, un gatto randagio bianco con una chiazza nera a forma di mezzaluna sopra l’occhio destro, un frequentatore fisso del vicolo dietro il locale, dove si aggirava a tarda sera, invogliato dalla prospettiva di ricevere gli avanzi.
Lo chiamai Salem in onore del gatto parlante della serie sulle streghe, ovvio.
Quando Occhi Azzurri uscì sul retro, sigaretta alla bocca, chiedendomi se avessi da accendere, piegò il labbro in una smorfia nel vedere che accarezzavo il randagio, poi infilò la mano nella tasca dei jeans e corresse il tiro: <<Aspetta, forse ho trovato il mio, di accendino.>>
Le frasi che seguirono non furono più brillanti, facendomi rimpiangere i silenzi con cui assisteva al dibattito del tavolo diciassette. La sua dialettica incespicante non mi impedì di seguirlo a casa al termine del turno, anticipato per volere di Patrizia.
Una volta superato l’ingresso mi accompagnò al bagno affinché mi lavassi le mani mentre quelle pupille straordinariamente luminose supervisionavano con scrupolo il processo.
Poco dopo vomitai sul pavimento.
Quando tornai a casa il mattino dopo, Sabrina mi chiese dello straniero dagli occhi di ghiaccio con cui ero stata vista allontanarmi dal pub.
Non mi volle dire da chi fosse arrivato il pettegolezzo.
Ho sempre pensato che la gente sarebbe molto più simpatica se imparasse a farsi i cazzi propri, specie se tu le servi cibo e bevande con professionalità e gentilezza ogni stra-cazzo di sera. Cazzo!
<<Credo lo sappia anche il cacciatore di aquiloni>> aggiunse con preoccupazione la mia stregonesca coinquilina <<Ho ricevuto diversi suoi messaggi. Dice che non riesce a contattarti.>>
Sollevai gli occhi al cielo alla ricerca di quale divinità malvagia mi avesse assegnato siffatto destino infausto, poi ammisi di avere il cellulare scarico dalla sera precedente e di serbare angoscia al solo pensiero di accenderlo.
Quando cedetti, qualche ora più tardi, un’ondata di notifiche si abbatté sul display.
Quasi tutte provenivano da Ezio, come da previsione.
Pervennero innumerevoli segnalazioni dei tentativi di chiamate andati a vuoto, ma ancora di più erano i messaggi.
Di seguito riporto alcuni dei più pacati:
<<Mentre il mio cadavere era ancora caldo!>>
<<Non ti facevo pedofila.>>
<<Quello ha ventidue anni, lo sapevi? V e n t i d u e.”
<< Scommetto che vi vedevate da prima.>>
Non risposi, anche se fui tentata di ricordagli che tra me e lui gli anni di differenza erano quindici. Piuttosto bloccai il suo numero e tutti i suoi profili social, anche quelli fake creati a tempo record nel tentativo disperato di contattarmi.
Ovviamente la faccenda non finì lì.
Quello stesso pomeriggio Ezio sedette sulla panchina di fronte all’appartamento con una videocamera di cui tutt’oggi mi chiedo la provenienza e rimase lì, seduto per ore, a riprendere le finestre della mia camera da letto e della cucina.
Il signore arabo del terzo piano bussò alla porta e spiegò di essere preoccupato per la moglie, convinta che quel tipo inquietante vestito di nero fosse un demone, premurandosi inoltre di avvisarmi che non erano i soli nel condominio a trovare fastidioso il comportamento del “mio fidanzato” là fuori.
Mi accomiatai dall’inquilino del terzo piano garantendo che avrei risolto la questione in men che non si dica. Una volta chiusa la porta d’ingresso corsi alla finestra e gridai allo stalker nerovestito: <<La mamma te l’ha insegnato che non ci si comporta così con le altre bambine?>>
Ezio si guardò attorno con aria imbarazzata, ma non smise di riprendere.
Mostrai un bel dito medio a favore di camera, quindi proseguii con gli insulti e minacce più fantasiosi che fui capace di elaborare.
Dopo poco abbandonò la panchina con il volto rosso incandescente, sotto gli sguardi tra il curioso e l’allibito dei vicini accorsi alla finestra.
Non fu nemmeno quella la fine dei suoi comportamenti da deficiente.
La sera stessa, durante il mio turno di lavoro al pub di Patrizia, avvenne il round successivo del match.
Ezio arrivò in compagnia di una tipa dall’aria timida con gli occhiali e un fiocco in testa. Non credo avesse più di vent’anni, probabilmente si trattava di una matricola.
Dissi a Patrizia che mi sarei occupata io di quel tavolo, il dodici. Lei sembrò presentire guai ma acconsentì.
Ezio fece di tutto per indispormi, chiedendo un sacco di informazioni inutili sui piatti del menu e abbondando di richieste extra che mi costrinsero a fare la spola con la cucina parecchie volte in più del necessario.
Mi mostrai professionale e imperturbabile, almeno fino ai contorni, quando si lamentò della cottura delle patatine.
Dissi che avrei provveduto subito, poi andai in cucina, presi la bottiglia dell’olio di semi di girasole, ne sparsi il contenuto sul tavolo numero dodici, impregnando la tovaglia di carta sotto gli occhi di Ezio e accompagnatrice, dopodiché diedi fiamma con l’accendino.
Infine mi avventai su quel deficiente brandendo la bottiglia.
Non ricordo altro, se non di essermi svegliata diverse ore più tardi, nel mezzo della notte, in un letto del reparto psichiatria all’ospedale Sant’Orsola.
3.
Siedo all’interno di un treno deserto, lontano dal pianeta terra, ma ancora non riesco liberarmi di Ezio.
Il messaggio chiede dove sono.
Non te lo immagineresti mai, bello.
Mi accendo una sigaretta, anche se questa non pare essere una carrozza fumatori. Non credo che qualcuno verrà a lamentarsi, meno che mai quel deficiente.
Imposto il cellulare in modalità silenziosa e lo infilo in tasca senza rispondere al messaggio.
Focalizzo i ricordi su quello che è successo dopo la notte dell’aggressione al pub.
Sancho, l’ospedale, il ritorno a casa. E poi?
Devo capire come cazzo sono arrivata fin qui.
***
Tornate a casa dall’ospedale, Sabrina mi ragguagliò sugli avvenimenti di cui il mio cervello non serbava memoria.
Non ero, ahimè, riuscita a ferire Ezio, fui bloccata prima dagli astanti.
Mi fecero sdraiare sul pavimento quando iniziai a sbavare e gracchiare imprecazioni in sumero antico, o qualunque fosse la lingua incomprensibile in cui mi esprimevo, preda di un raptus incontrollabile.
Non molto più tardi arrivò l’ambulanza, e nessuno dei presenti poté testimoniare il proseguimento della mia avventura.
<<Spero almeno che non ci siano video o fotografie.>> dissi, preoccupata.
<<Non di quella sera, ma del pomeriggio.>> disse Sabrina.
<<Cosa vuol dire?>>
Ezio aveva caricato in rete il video in cui lo minacciavo dalla finestra, diventato già un piccolo cult del trash locale con tanto di meme e remix.
Dopo averne visto qualcuno capii di aver bisogno di uscire di casa per prendere un po’ d’aria.
Dissi a Sabrina che andavo ad informarmi sui prezzi delle biciclette, presto avrei dovuto fare audizioni per un nuovo lavoro e abbisognavo di un mezzo di trasporto.
<<Sai già dove si trova quel negozio particolare a cui stai pensando dopo un certo incontro in ospedale?>> chiese, ridendo.
<<Mi sono informata.>> dichiarai, ridendo a mia volta.
<<Un po’ di cabaret può farti bene.>>
Quando misi piede nel vecchio negozio di articoli sportivi, Sancho sedeva dietro il bancone, immerso nella lettura di un romanzaccio d’appendice pubblicato più di un secolo fa, sulla cui copertina giganteggiava uno spadaccino dal pizzetto di dubbio gusto.
Sancho leggeva con trasporto, la sigaretta accesa che gli penzolava dal labbro, una bottiglia di vino rosso e il bicchiere a portata di mano.
Gli chiesi come avesse ottenuto l’esenzione dalle norme antifumo, mi rispose con alterigia di non dover rispondere alle regole di un regno di cui non era suddito.
<<Non potrebbe far piacere a molti clienti, però>> gli feci notare.
<<Se i clienti non pervengono, gentile donzella, il sottoscritto sarà impossibilitato a usufruire dei suoi due pacchetti giornalieri. Quando dovrò rinunciare al mio venerato tabacco per ragioni finanziarie, i clienti colti da ritrosia potranno tornare perché il fumo non li infastidirà più. A quel punto torneranno i sesterzi per l’amato tabacco, il dilemma si pone soluzione da sé.>>
Non riuscii a seguire bene il filo del discorso, ma finsi di dargli ragione e chiesi se la ferita all’addome facesse ancora male.
<<Mai quanto la stupidità dei regnanti.>> disse, adirato.
Anche in questo caso preferii non approfondire. Decisi piuttosto che era il momento di chiedere informazioni sulle biciclette e i loro costi.
Quella che mi piaceva più di tutte, un modello sportivo verniciato di uno stupendo viola scintillante, non era in vendita.
Sancho spiegò che si trattava di Ronzinante, il destriero del suo padrone defunto, ora in custodia presso la sua stalla.
Annuii senza troppa convinzione e ne approfittai per agganciarmi alla questione del blog.
Annunciai di essermi aggiunta di recente alla schiera dei fan della pagina My friend Quixote, di cui avevo letto ogni singolo post in pochi giorni. Lui si disse sorpreso, non credeva di avere tanti lettori, meno che mai seguaci adoranti della mia scorza.
Gli unici commenti presenti sotto i post, del resto, erano quelli scritti in lingue a lui sconosciute da misteriose e procaci donzelle.
Un giovane tecnico del negozio di computer gli aveva spiegato che tutte quelle graziose fanciulle provenivano da un luogo esotico chiamato Spam.
Passò poi a parlarmi della sua missione di riportare nel mondo lo sguardo del padrone Don Chisciotte. Non aveva nemmeno letto il libro di Cervantes, la scintilla venne dalla visione di un vecchio film hollywoodiano.
Arrivato alla scena in cui il mitico hidalgo morì, il negoziante di biciclette e articoli sportivi fu invaso dalla consapevolezza di essere lo scudiero Sancho Panza, ma di averlo dimenticato per tanto, troppo tempo, arrendendosi alle tirannie della banale realtà.
Un discorso affascinante, devo ammetterlo.
Continuavo a faticare a seguirlo, ma era affascinante.
Al termine della nostra chiacchierata affascinante ma ingarbugliata lo salutai con la promessa di ragionare riguardo alle bici che mi aveva proposto, ovviamente scartando l’inottenibile Ronzinante.
Alla fine non comprai nessuna bicicletta, preferivo spostarmi in autobus e a piedi, ma tornai più volte a visitare il mio nuovo amico blogger durante gli orari di apertura.
Dopo la prima visita pubblicò un post dove descriveva una certa giovane ragazza venuta in visita alla sua stalla come la prostituta che in passato il padrone Don Chisciotte aveva scambiato per il grande amore della sua vita, la nobile Dulcinea.
Nei miei ricordi del romanzo si trattava di una contadina, magari un po’ troppo vivace con gli uomini, ma sono particolari davanti a cui posso accantonare i miei studi incompiuti in Lettere.
Dopo aver letto il post convocai subito la mia coinquilina Sabrina, la famosa strega, per condividere la scoperta. Leggemmo più volte il pezzo con sommo gaudio, focalizzandoci sulla descrizione fisica.
Pelle di un biancore perlaceo. Sì, potevo essere io.
Lunga chioma rosso fiamma. C’era anche questa.
Viso angelico spolverato di lentiggini. Non so dire quanto il mio viso potesse essere definito angelico, ma di lentiggini ne aveva parecchie.
Andai presto a trovare Sancho per chiedere delucidazioni riguardo il ruolo narrativo di Dulcinea.
Quello che mi turbava non era l’avere una specie di alter ego letterario, o qualunque diavolo di cosa fosse, che di mestiere facesse la meretrice.
Mi ferì invece la cattiveria con cui essa veniva osservata dal narratore, un’antipatia che non avevo percepito negli occhi di Sancho durante le due conversazioni avute fino a quel momento.
Lui spiegò di odiare il personaggio di Dulcinea, non la mia persona. In vita il padrone aveva riservato tutto il suo amore per lei, un amore di cui il fedele scudiero la giudicava indegna.
Per scusarsi del fraintendimento mi offrì una sigaretta e un bicchiere di vino. A quella sigaretta e quel bicchiere ne seguirono altri, sia durante quell’incontro che nei successivi.
Ogni nostra chiacchierata nel negozio ispirava un post in cui Dulcinea la finta principessa vedova del cavaliere Don Chisciotte compiva le azioni più malefiche, mentre Sancho Panza ne sventava puntualmente i diabolici piani.
Io tifai con tutto il cuore affinché la malefica Dulcinea prima o poi incontrasse la fine che meritava.
La vera me stessa invece continuava a scontrarsi con una realtà da cui avrei volentieri emigrato in favore dei mondi di fantasia descritti nel blog My Friend Quixote.
Dopo infiniti colloqui trovai un nuovo impiego come cameriera presso il Bar Leprotti, un postaccio parecchio distante dalle mura, dove la clientela aveva un’età media sensibilmente superiore a quella del pub da universitari di Patrizia.
In qualunque momento tu entrassi al Bar Leprotti il monitor alla parete trasmetteva partite di calcio, di tutti i campionati esistenti nel mondo, anche le divisioni più infime.
Durante le partite gli avventori urlavano tutto il tempo, quasi senza interruzioni. Se giocava il Bologna, poi, la cacofonia raggiungeva livelli intollerabili per l’orecchio umano.
Dio quanto detesto il calcio.
Rimpiansi le battaglie invisibili a colpi di tweet tra le tribù di giovani disadattati ai tavoli del locale dove lavoravo in precedenza.
Pur di tornarvi avrei accettato di farmi sparare quelle loro musicacce nelle orecchie a tutte le ore, durante i turni e nel tempo libero. Avrei sopportato persino l’indie italiana.
Nemmeno al bar Leprotti, tuttavia, restavo a corto di storie da ascoltare.
Se mai fossi riuscita a riprendere in mano il mio romanzo avrei avuto tanto materiale umano degno di nota da poter sviluppare la storia in una saga monumentale che Balzac scansate.
Il mio cliente preferito era Ivano, un omino abbastanza in là con gli anni, basso e magro, dall’aria mite ma con due occhietti neri costantemente sgranati.
Sedeva tutti i pomeriggi di apertura allo stesso tavolo, ormai riservato a lui, e ordinava sempre un bicchiere d’acqua.
Solo e soltanto un bicchiere d’acqua, null’altro.
Rimaneva in silenzio per ore, guardandosi intorno e bevendo qualche sorso fino a terminare la consumazione, dopo ore ed ore. A quel punto si alzava e andava a pagare.
La clientela e lo staff l’avevano preso in simpatia, anche se credevano tutti che non stesse tanto a posto con la testa. Girava voce fosse un pittore, ma nessuno fu in grado di discuterci con abbastanza intimità da poter indagare.
Col tempo riuscii a scambiarci un paio di parole, nessun dialogo elaborato, il tanto necessario a far strabuzzare gli occhi dall’incredulità ai presenti.
Una volta gli chiesi <<Ma lei, signor Ivano, perché viene in questo bar, a parte il bicchiere d’acqua?>>
Ci rifletté sopra con tranquillità, poi disse: <<Per osservare.>>
Il resto della clientela era molto più chiassosa e incline agli scontri verbali e non, a mani nude o armati di bottiglie e bicchiere. A volte con strumenti da taglio, in casi estremi armi da fuoco.
Anche dal continuo frastuono del Bar Leprotti riuscii a sopravvivere grazie alle pause sigaretta sul retro.
Un pomeriggio mi raggiunse un gatto chiazzato, del tutto identico a Salem. Si avvicinò senza paura e consumò in tranquillità i panini al tonno avanzati che gli offrii.
Fu la sua unica apparizione nella zona del bar Leprotti.
A tutt’oggi mi arrovello nel dubbio che fosse lo stesso randagio con cui ero solita incontrarmi dietro il pub di Patrizia in centro.
In più di un’occasione incrociai per strada il tipo con gli occhi azzurri e il piercing al labbro che a causa di Salem mi obbligò a lavare le mani. Ogni volta tirava dritto con un’espressione impaurita, ne conclusi che poteva aver visto in rete in cui minacciavo Ezio o anche solo sentito la storia dell’aggressione.
Le mie visite al negozio di articoli sportivi ebbero luogo con sempre minore frequenza a causa dei turni di lavoro massacranti.
Un giorno Sancho mi chiese di accompagnarlo alle poste di Via Cairoli, dove una raccomandata in giacenza attendeva il suo ritiro. Motivò la necessità della scorta ammettendo di temere il fruttivendolo davanti all’ufficio postale, tale Grimaldi, che in passato gli aveva fracassato un anguria sul sul capo, provocando un trauma cranico.
Fu la prima delle tre aggressioni che portarono il mio amico al ricovero in ospedale durante quell’anno rocambolesco, tutte e tre avvenute per mano di lettori scontenti del blog tanto chiacchierato in città.
Nel caso di Grimaldi, egli era convinto che Sancho stesse facendogli cattiva pubblicità nel narrare di certi frutti magici, tra cui un’anguria velenosa dalle origini infernali, venduti da un certo goblin Grimaldo.
Non fu il goblin Grimaldo, ma il fruttivendolo Grimaldi, a recarsi nel negozio di articoli sportivi con una grossa anguria e fracassarla sul cranio del blogger.
Ancora oggi la gente dibatte se avesse percorso il tratto a piedi, l’anguria sottobraccio, o avesse preferito trasportarla in macchina.
A causa del trauma cranico Sancho non riuscì a pronunciare né scrivere le vocali per qualche settimana. Se andate a leggere i post del blog risalenti a quel periodo noterete che sono costituiti da parole all’apparenza prive di senso.
La nostra spedizione alle poste per fortuna avvenne senza aggressioni o traumi cranici.
Quel giorno Grimaldi non era nemmeno al bancone del negozio, ma se ne occupava una giovane donna dall’aria imbronciata, forse la figlia.
Mentre attendevo Sancho all’esterno delle poste di Via Cairoli il destino volle che Ezio incrociasse di nuovo la sua strada con la mia.
Camminava baldanzoso, stretto nella giacchetta in pelle rigorosamente nera, quando il suo sguardo, fino a quell’istante spensierato, intercettò il mio.
Percepii chiaramente il terrore che lo invase, pietrificandolo per svariati secondi, al termine dei quali prese a frugare nelle tasche del cappotto fino a estrarne un fischietto, blaterando di non avere paura di usarlo.
Lo rassicurai di non avere intenzione di fargli del male e gli chiesi come se la stesse passando mentre lui, mantenendo la distanza di sicurezza, lamentò di essere in cura per un disturbo post traumatico da stress in seguito al fattaccio del pub di Patrizia.
<<Mi hai rovinato la vita.>> balbettò.
Non riuscii a rispondere, pizzicata da un accenno di pena al retrogusto di senso di colpa.
Quando Sancho uscì dall’edificio e mi raggiunse con la raccomandata appena ottenuta la paura nel volto di Ezio si trasformò in un sentimento diverso, un sentimento che mi confuse e non riuscii a identificare sul momento, ma che, ripensandoci in seguito, ricordavo di aver visto impadronirsi di lui in più di un’occasione.
Fissava il mio amico con occhi socchiusi, indagatori, senza dire una parola.
Mi accomiatai senza troppi giri di parole, augurandogli con sincerità una rapida guarigione. Ezio borbottò qualcosa che doveva assomigliare a un saluto e nell’allontanarsi continuò a tenere gli occhi puntati su Sancho, il quale mi narrò di aver ricevuto tramite posta raccomandata una grossa multa riguardo pagamenti arretrati.
Il negozio stava andando male, il conto sgorgava sangue a fiotti, manco fosse stato colpito dai mille dardi di un esercito implacabile venuto dalle terre nordiche, a suo dire.
Rimase qualche secondo a compiacersi mentalmente dell’immagine appena creata, poi sospirò e aggiunse: <<Sa, mia gentile donzella, a volte sono invaso da una diabolica tentazione, quella di recarmi sulla luna a ritrovare il senno perduto, abbandonare infine la missione consegnatami in eredità dall’amato padrone, e imparare a districarmi nella vile realtà.>>
Camminammo in silenzio per il resto del percorso.
Dopo aver salutato Sancho passai il pomeriggio a riflettere sui danni che avevo procurato a Ezio.
A tarda sera, in preda ai rimorsi, una volta rimossi i blocchi sui social e nei servizi di messaggistica, commisi il misfatto.
Lo contattai.
Il sassolino fatto rotolare per la collina si tramutò in una valanga, in meno di due settimane tornammo insieme.
Non giudicatemi, ho sempre saputo di essere una povera peccatrice recidiva.
Stavolta, mi dicevo, era tutto diverso, avrei fatto funzionare le cose.
E all’inizio funzionarono davvero alla grande.
Ezio divenne gentile, dolce, attento. L’aggressione lo aveva reso una persona molto più fragile e molto più umana.
Lasciatemi fare una precisazione al riguardo. Non vi suggerisco di dar fuoco al tavolo in cui stanno mangiando i vostri partner, o dar fuoco alla loro persona, per risolvere situazioni di coppia divenute insopportabili.
Però, ecco, nel mio caso ha aiutato. Almeno in via provvisoria.
Ezio mi incoraggiò a riprendere la stesura del romanzo, fornendomi numerosi consigli scevri dalla pignoleria di cui andava fiero un tempo.
Da parte mia diminuii il consumo di sigarette, soprattutto in sua presenza, con l’obiettivo di riuscire a smettere di fumare del tutto, un giorno, magari non troppo lontano.
Le imprecazioni però no, non riuscii a diminuirle, per quanto mi dispiacesse per Ezio e la sua ricerca della femminilità.
Quando avevo la sera libera mi portava a cena fuori, poi andavamo al cinema o a teatro. Durante la visione di Trainspotting in lingua originale alla Cineteca ebbe una crisi alla scena in cui Begbie dà di matto e fa scattare una rissa nel pub.
Lo accompagnai all’esterno, lo aiutai a calmarsi guidandone la respirazione, poi gli comprai un gelato. Lui mi sgridò perché avevo sbagliato i gusti.
Fu un periodo felice. Breve, ma felice.
Il mio amico Sancho Panza era già partito lontano dalla città, alla ricerca del senno perduto sulla Luna, ma questo lo venni a sapere solo diverso tempo dopo.
4.
Abbasso il finestrino e getto quello che resta della sigaretta.
Immagino il mio insegnante di astronomia del liceo laggiù sulla terra, seduto nel divano di casa, colto da un infarto improvviso.
Mi perdoni, prof Righi, sono finita mio malgrado dentro un mondo di fantasia in cui i treni volano nello spazio.
Se suddetta fantasia sia mia o di qualcun altro ancora mi è ignoto.
Mentre osservo il filtro bruciacchiato galleggiare nel vuoto nuovi ricordi vengono a galla. Forse ho capito perché mi trovo qui, sto andando a ritrovare quello spostato di Sancho.
Sporgo la testa per guardare la luna. È vicinissima.
D’un tratto sento un miagolio alle spalle.
Con la coda dell’occhio intercetto un gatto bianco che attraversa rapido la carrozza. Non faccio in tempo a voltarmi che vedo oscillare la porta verso il vagone successivo, scossa dalla sua uscita di scena.
Un gatto bianco, qui.
In questo treno spaziale deserto, silente, etereo, blablabla.
Rivedo la sua immagine in movimento con l’occhio della mente.
Mi sto suggestionando o aveva forse una chiazza nera sopra l’occhio come una mia vecchia conoscenza felina?
Esco dalla fila di sedili e mi lancio all’inseguimento.
***
Dopo anni di lieta convivenza, la strega Sabrina svanì nel nulla con un’altra delle sue magie.
In verità non ricorse alla arti stregonesche, ma si trasferì a malincuore in un nuovo appartamento, condiviso con un esercito di studenti e giovani lavoratori, in una camera dai costi mensili più adatti alle sue tasche.
Il padrone di casa mi impose il sostituto, tale Roberto, una tremenda matricola appartenente alla imperitura stirpe dei punkabbestia.
Indossava magliette di band dai nomi fantasiosi a me sconosciute, aveva capelli e barba incolti, il suo sguardo si presentava perennemente vacuo grazie a un piccolo aiuto dell’amica cannabis.
Roberto trascurava con impegno i turni delle pulizie, intento a strimpellare la chitarra elettrica giorno e notte, anche alle ore più inusuali, per la gioia delle orecchie mie e degli altri condomini.
Dio quanto detesto la musica.
Una volta sanati i suoi problemi psicologici, Ezio tornò ad essere il deficiente di sempre e scoprì una forte intesa con il mio nuovo coinquilino, a dispetto del gap anagrafico.
Passavano le giornate sul divano a fumare le canne e riempirsi la bocca di vaneggiamenti pseudo-intellettuali, nei migliori casi delle supercazzole non troppo divertenti, forse convinti di essere degli esistenzialisti in un cafè parigino del primo Novecento.
Se solo pensavo a tutte gli sforzi fatti per diminuire le sigarette in modo da fargli piacere rischiavo di procurarmi una sincope.
Dal giorno in cui accompagnai Sancho alle poste le mie visite al negozio di biciclette e articoli sportivi erano cessate.
Non fu una scelta conscia, era il tempo a scarseggiare.
Continuai a seguire con entusiasmo il blog My friend Quixote, nonostante la frequenza di pubblicazione dei post stesse diventando sempre più sporadica.
Nei nuovi racconti il nostro era in viaggio in terre lontane, oltre i confini conosciuti del mondo, oltre le Colonne d’Ercole, da dove nessun umano aveva fatto ritorno.
Inizialmente credetti fosse l’ennesima delle sue bizzarre fantasie, poi mi accorsi che lo era solo in parte.
Leggendo i dettagli registrati sul blog riguardo a data e luogo di pubblicazione, potei, con mia grande sorpresa, ricostruire gli spostamenti di Sancho nel mondo fisico, da Bologna lungo tutto il Nord Italia per arrivare alla Spagna, passando per la Francia.
Smise però di aggiornare la pagina dopo un post pubblicato a Luna, un paesino spagnolo nella provincia di Saragozza.
Dunque Sancho il matto era davvero sulla Luna, in un certo senso.
Si descriveva morente dopo aver recuperato il senno. Esattamente come il Don Chisciotte. Stando alla sua immaginazione era davvero arrivato sulla “stella lunare” (sic), rassegnato a giacervi per sempre e defungere come il padrone, una volta ritrovato il senno, “a causa di quella mortifera malattia definita realtà”.
A quel post non ne fecero seguito altri.
Decisi di fare una sortita al negozio di biciclette e articoli sportivi in cui non mettevo piede da tanto tempo per reperire informazioni di prima mano.
All’interno del locale, ora del tutto privo di arredi, erano in corso dei lavori, monitorati con attenzione dall’uomo che mi si presentò come Maurizio, il proprietario dell’edificio.
Espresse grande dispiacere per la partenza di Sancho, ma ormai era da troppo tempo che l’inquilino non versava le quote per l’affitto del negozio e dell’appartamento del piano di sopra.
Non poteva mica permettersi di fare la carità a vita, il signor Maurizio.
Mi costa molto ammetterlo, ma non aveva del tutto torto.
Ciò nonostante mi diede l’impressione, durante tutto l’unico dialogo che vi intrattenni, di essere un serpente sotto le false spoglie di essere umano.
Presto, mi spiegò, avrebbe aperto un bed & breakfast con cui era convinto di fare faville. Stroncai sul nascere la descrizione dei suoi sogni di grandezza chiedendogli che fine avesse fatto Sancho.
<<Ha inforcato Ronzinante, il destriero del padrone, ed è partito per la Luna.>> disse il signor Maurizio, sorridendo.
<<Quindi lei sa del blog?>>
<<Qui nel quartiere siamo tutti grandi fan. Peccato che non pubblichi più.>>
<<Se a così tante persone piacevano i suoi scritti, perché nessuno l’ha aiutato? Non mi pare che il negozio fosse tanto frequentato.>>
<<La gente è ipocrita.>> sospirò.
Ne dedussi che gli piacesse pensare a se stesso come estraneo alla macrocategoria “gente”, senza trascurare quel piccolo dettaglio riguardo il fatto che fu lui a sfrattare Sancho.
Maurizio divagò con il sorriso sulle labbra nell’aneddotica riguardante l’ex-inquilino, soffermandosi sulla vicenda del secondo dei tre aggressori, tale Lino Alberti.
Era un assicuratore che credeva, forse equivocando, di essere stato ritratto nei racconti bislacchi di My Friend Quixote come Alberta, la sinuosa danzatrice venuta dalle terre d’Oriente. Sfidò Sancho a duello con un commento molto aggressivo sotto il post incriminato.
Sancho gli diede appuntamento per una sfida a singolar tenzone, a una certa data e ora, in Piazza Minghetti. Ciascuno avrebbe schierato il suo esercito, aggiunse poi in calce al commento.
Nel giorno stabilito, poco prima dell’ora stabilita, lo sfidante Alberti arrivò in Piazza Minghetti e vide l’altro duellante attorniato da un gran numero di curiosi che avevano letto della sfida sul blog, ma che lui, equivocando ancora, credette fosse il sopraccitato esercito, di cui Sancho era provvisto e lui no.
Si diede quindi alla fuga.
Sancho rimase in paziente attesa per tutta la sera, seduto al centro della piazza, con la scacchiera aperta davanti a sé. Sopra di essa erano schierati quelli che lui chiamava eserciti, l’uno bianco e l’altro nero.
Qualche giorno dopo l’assicuratore Alberti, in cui permaneva il rancore a causa dell’umiliazione percepita, lo investì con la macchina, spedendolo all’ospedale per la seconda volta durante quell’anno rocambolesco.
La grande arte provoca grandi reazioni, signori.
Durante la degenza, una signora affascinante si recò al Sant’Orsola in orario di visite per incontrare l’ormai celebre paziente Sancho.
L’ospite in questione era Alberti.
Anzi, Alberta.
La persona vestita in abiti femminili seduta sul bordo del letto, il volto corrucciato in un’espressione esondante rimorso, accarezzò a lungo la mano di Sancho e spiegò che, poiché ormai tutti lo credevano una donna, non poteva che assecondare le loro aspettative.
Poco tempo dopo si licenziò dall’agenzia assicurativa per trasferirsi a Parigi, dove a tutt’oggi si esibisce come Alberta, la sinuosa ballerina di burlesque venuta dalle italiche terre.
<<Ogni tanto invia a Sancho una scacchiera antica comprata al mercato delle pulci di Saint Ouen.>> disse infine Maurizio il proprietario dello stabile, estraendo da una scatola di cartone l’ultimo esemplare recapitato all’indirizzo fino a qualche tempo prima abitato dal mio amico.
Me la mostrò con orgoglio, e io pensai che quel pezzo da collezione non recapitato al legittimo proprietario dovesse valere ben più di qualche euro.
Salutai Maurizio, il futuro albergatore di successo, senza troppo calore.
Mentre uscii dal locale lo sentii questionare tra di sé, con un filo di voce: <<Chissà se un giorno riuscirò a leggere qualche post inedito.>>
Ezio, percepita la mia preoccupazione, volle sapere di più sul mio rapporto con il tanto chiacchierato Sancho Panza bolognese. Lo giudicava una persona pericolosa, mentalmente instabile, e fu sollevato al pensiero della sua lontananza.
<<Ha cinquant’anni, poteva essere tuo padre.>> aggiunse.
Chiarii come la mia amicizia con Sancho non avesse risvolti romantici, senza però riuscire a convincerlo, evitando per giunta di fargli notare quanto lui gli fosse anagraficamente più vicino di quanto lo fosse a me.
Intanto continuavo a fare la cameriera al Bar Leprotti, costantemente frastornata dalle urla degli avventori durante le onnipresenti partite.
Da qualche giorno, cosa più unica che rara, Ivano non veniva a consumare il suo bicchiere d’acqua giornaliero.
Nessuno ricordava una sua assenza così prolungata.
Dopo un po’ ricevetti la telefonata del suo avvocato, il quale mi spiegò frettolosamente, senza perdersi in elaborati giri di parole, che il cliente era morto e aveva lasciato in eredità tutti i suoi quadri “all’infermiera rossa tanto carina del Bar Leprotti”.
Dunque era davvero un pittore.
I quadri di Ivano ritraevano con realismo fotografico il bar e chi lo abitava, me compresa. Rimasi ore a contemplarli, guardando il mondo attraverso i suoi occhi così attenti ad ogni microscopico particolare.
A dirla tutta, io ero il soggetto più frequente tra le tante figure trasposte. Superata una iniziale inquietudine, iniziai a sentirmi una specie di star nel vedere la mia immagine su tela.
Tra i ritratti della sottoscritta c’erano anche nudi, chiaramente realizzati grazie all’uso della fantasia. Una fantasia che aveva volato troppo in alto con le taglie quando si è trattato di rappresentare quello che c’era sotto le magliette da lavoro.
Lavoravo in una delle peggiori bettole della città, pagata uno sputo, ma, appena ventisettenne, ero già stata la musa di ben tre artisti.
Provate a fare di meglio.
Quando Ezio vide i quadri conservati in camera mia diede in escandescenze. In preda all’agitazione mi bersagliò di domande riguardo i nudi.
<<Come li ha realizzati?>>
<< Ti sei spogliata per lui?>>
<< Da quanto lo conosci?>>
<<Vi incontravate fuori dal lavoro, vero?!>>
In tutta risposta emisi una risata birichina e abbandonai la stanza. Intanto il tempo continuava a passare senza avere la cortesia di chiedere il permesso a noi miseri umani. La strega Sabrina non praticava più le sue arti magiche nel mio appartamento, Ivano il pittore era morto, Sancho il creatore di realtà parallele era disperso, Salem il gatto pure.
Le pause sigaretta durante il lavoro divennero frequenti come non mai.
Il poco tempo libero lo trascorrevo stesa sul letto a fissare le macchie di muffa nel soffitto mentre la chitarra elettrica di Roberto emetteva note sgraziate nella stanza accanto.
Davo nomi buffi alle macchie in base alla forma. Una, la forma allungata di un serpente velenoso, la chiamai Maurizio.
Un giorno, mentre il mio innamorato e Roberto condividevano la canna di rito stravaccati sul divano, discettando di arte, teatro e filosofia, usando persino qualche parola francese senza motivo, irruppi nella stanza per chiedere a Roberto di lavare i suoi piatti sporchi e maleodoranti ammassati da quasi due giorni vicino al lavabo.
Il mio giovane coinquilino disse che non poteva, facendo ampi gesti con le mani e roteando gli occhi invasati urlando il motivo: <<Io non ho quotidiano!>>
Dopo aver declamato la frase con una certa enfasi, si ricompose e specificò: <<Come il genio Carmelo Bene.>>
La sua imitazione dell’artista pugliese non era granché, ma Ezio fu di tutt’altro parere. Applaudì estasiato, gli occhi persi nel Paese delle Meraviglie dove era giunto con un piccolo aiuto della cannabis di Roberto.
Lasciai la stanza senza dire nulla. Andai in camera, inviai un messaggio a Leprotti, il mio capo, dicendo che per qualche giorno non avrei potuto lavorare a causa di un problema improvviso, preparai la valigia e uscii di casa senza fare troppo rumore.
Qualche ora più tardi ero in volo su un aereo diretto a Madrid.
Una volta arrivata in terra iberica, mi recai alla stazione di Atocha, dove attesi la partenza del treno per Saragozza bevendo più di qualche bicchiere ai tavoli esterni di un bar mentre osservavo il viavai di passeggeri transitanti nei pressi e coniavo dentro di me dei buffi soprannomi da affibbiargli.
Ogni tanto controllavo il cellulare e ridevo da sola pensando a Ezio e Roberto che erano ancora su quel divano, persi nel loro trip, di sicuro senza essere consapevoli che io fossi uscita.
Terminata la ricca consumazione alcolica salii a bordo barcollando.
La carrozza era deserta e silenziosa.
Dopo qualche minuto di viaggio il sonno mi avvolse.
5.
Ho percorso dalla testa alla coda il treno diretto verso la luna, ma del gattaccio non si vede neppure l’ombra.
Salem, dove cazzo sei?
Mi hai lasciato di nuovo sola?
Emetto un lungo sospiro. Sono stanca.
Se questo è un sogno, desidero svegliarmi adesso.
Il treno frena all’improvviso, e io, che stazionavo in piedi tra le file di sedili, intenta a guardarmi attorno con angoscia, capitombolo sul pavimento.
Mentre cerco di rialzarmi vedo passare veloci davanti a me un paio di scarpe eleganti.
Sopra le scarpe eleganti ci sono due gambe strette in un paio di pantaloni, anch’essi piuttosto costosi.
Le scarpe munite di gambe sgambettano veloci, evitandomi con cura.
Pochi secondi dopo, quando ormai sono in piedi, il corridoio viene attraversato di fretta da un’altra persona.
E poi un’altra, e un’altra ancora.
Tante persone in fila indiana di cui, per motivi che non so spiegare a parole, non posso vedere i volti.
Il torrente umano mi trascina fino al portello della carrozza, ora aperto.
Riesco a sgattaiolare di lato un attimo prima che possano spingermi all’esterno.
Resto in disparte a riprendere fiato.
Attendo che il traffico di passeggeri in uscita proceda fino a svanire, poi prendo un grosso respiro e mi affaccio con cautela…
***
La stazione di Saragozza invase i miei occhi e le mie orecchie con il suo caos brulicante di suoni e luci.
A dire la verità, non si trattava di certo di Grand Central Terminal all’ora di punta, ma nel corso di quell’ora e mezza di viaggio mi ero disabituata alla vivacità della realtà.
Sempre che di un’ora e mezza si fosse trattato davvero, giacché avevo percepito l’equivalente del trascorrere di nove vite.
Recuperata la valigia e avviatami verso l’uscita, interruppi la marcia per estrarre dalla tasca il cellulare, rimasto fino allora in modalità silenziosa, e vissi ancora quel momento surreale in cui il display si mostra invaso da messaggi e notifiche di chiamate a vuoto da parte di Ezio.
Ma si aggiunse un trucco magico inaspettato della strega Sabrina, autrice di una chiamata senza risposta risalente a mezz’ora prima.
Era tanto tempo che non ci sentivamo, e la richiamai senza stare troppo a pensarci sopra.
Sabrina spiegò di essere stata contattata dal cacciatore di aquiloni, agitatissimo, il quale credeva che io, dopo essere scomparsa dall’appartamento senza avvisare, fossi andata da lei.
Il trucco magico perse ogni attrattiva. In fondo era banale e sapeva di già visto.
Ezio, sempre lui. Quel deficiente.
Ovviamente non lo richiamai né risposi ai suoi messaggi.
Noleggiai un’automobile in un’agenzia in zona e salii a bordo fingendo di non ricordare il numero esiguo di guide effettuate negli ultimi otto anni, dopo la fine del liceo e il trasferimento a Bologna.
Impostai quindi nel gps del cellulare la destinazione: Luna, Aragona.
<<Sancho, aspettami.>> dissi mentre effettuavo il primo tentativo di accensione del motore, fallito.
Dopo il settimo tentativo iniziò in via ufficiale il mio viaggio verso la Luna.
Riuscii ad arrivare a destinazione senza troppi intoppi, fanno eccezione qualche decina di svolte non necessarie che allungarono il tragitto e una lieve ammaccatura al parabrezza durante un parcheggio insidioso.
Arrivai nel villaggio di Luna quando il cielo iniziava a imbrunire.
Trattandosi di un paesello di settecento abitanti, contai di trovare con facilità un personaggio pittoresco come il mio amico.
Chiesi ai passanti, esprimendomi sia in inglese che in un italiano imbottito in maniera randomica delle poche parole spagnole che conoscevo, se conoscessero uno straniero corrispondente alla sua descrizione.
Non ebbi molto successo.
Sconfortata, decisi di puntare sull’essenzialità e iniziai ad andare in giro chiedendo ad alta voce: <<Sancho? Sancho?>>
Mi guardavano tutti come fossi completamente pazza.
Era possibile che nessuno l’avesse conosciuto durante il suo passaggio in paese?
Forse era morto davvero, e nel totale anonimato.
I miei dubbi cessarono pochi istanti dopo, quando una figura a cavallo di una bicicletta tinta di viola elettrico comparve all’imbocco della via, e in quel momento tutti i passanti si girarono verso di lui con occhi scintillanti.
<<Miguel! Miguel!>> presero a dire, agitando la mano con allegria.
<<Miguel?!>> dissi ad alta voce anch’io, ma con un tono più incerto.
Quando il mio amico mi riconobbe, interruppe la pedalata per accostarsi e dirmi: <<Michele, a dire il vero.>>
Non mi parve sorpreso.
Aveva un’aria serena, come mai prima di allora.
Osservai con attenzione il portapacchi ricolmo di buste della spesa e scatole di cartone che aveva montato sul retro della bici.
<<Hai fatto l’upgrade a Ronzinante?>> chiesi, ridendo.
<<Non la chiamo più così.>> rispose lui, non ridendo affatto. Poi aggiunse: <<Perché sei venuta?>>
Non mi aveva mai dato del tu prima di allora. Ormai ci ero affezionata, a quel Lei con la elle maiuscola.
<<Ho letto l’ultimo post, ero preoccupata. Sancho…>>
Scosse la testa e agitò la mano per interrompermi.
<<Quel periodo è finito.>> disse. <<Qui a Luna mi trovo bene. Ho un nuovo lavoro, mi occupo di consegne.>>
Fece un cenno colmo di fierezza verso il portapacchi.
La gente che passava lo salutava felice, e lui ricambiava. Sembrava che tutti gli volessero un gran bene, e che l’idea di metterlo sotto con la macchina o perforargli l’addome con un coltello da carni non passasse per la testa a nessuno.
<<Perdonami se ho interrotto il tuo lavoro.>> fu tutto quello che riuscii a dire in risposta.
<<Posso fare una pausa.>> disse allora lui, sorridendo. Scese dalla bici che un tempo fu Ronzinante, la parcheggiò con cura e mi offrì una sigaretta.
<<Mi raccomando, gentile donzella, non lo dica a nessuno.>> disse, facendo l’occhiolino.
Sedemmo sui gradini di una casa a fumare in tranquillità, e lui mi raccontò con orgoglio di aver ridotto il consumo di sigarette giornaliere.
<<Non più due pacchetti, solo uno. E bevo solo fuori turno.>> Il suo sguardo pareva quello un medico interpellato da un giornalista televisivo sotto l’occhio delle telecamere. Poi aggiunse: <<Per fare questo mestiere bisogna stare in forma.>>
Mi complimentai con lui.
Provai a chiedergli del blog, cercando di esprimere quanta nostalgia provassi al riguardo, ma lui schivò con destrezza e caparbietà l’argomento.
Ripeté più volte, nel corso del discorso, la parola “realtà”.
Sembrava essersene innamorato, il maledetto traditore, della realtà.
Avrei voluto ricordargli cosa accadde al padrone Don Chisciotte quando fece come lui, cornificando la fantasia.
Ma non ci riuscii.
Terminata la nostra chiacchierata qualche minuto dopo, quando entrambi non sapevamo più cosa dire, Michele, o Sancho che dir si voglia, salutò con un profondo inchino, inforcò la bicicletta e riprese il giro di consegne. Il nostro reincontro andò in maniera completamente diversa da come me l’ero immaginato. Non migliore, né peggiore. Di certo infinitamente più rapido. Tornata alla macchina, rimasi in silenzio per svariati minuti a riflettere sulle poche parole che ci eravamo scambiati, poi avviai il motore e guidai in cerca di un buon albergo dove alloggiare nei dintorni, sospirando spesso.
Dopo qualche giorno di scorribande solitarie per le lande iberiche, e svariati euro in meno sul conto in banca per via delle multe e dei danni all’auto noleggiata, tornai sana e salva in città.
A tutt’oggi continuo a lavorare nello stesso squallido bar di periferia, dove il signor Leprotti mi ha riaccolto senza fare troppe storie, chiudendo un occhio sulle ferie che avevo imposto senza preavviso.
Pare che nel locale ormai tutti mi si siano affezionati e non possano fare a meno di me.
Ogni tanto mi diletto a urlare insieme alla clientela durante le partite di calcio, anche se non ne capisco il motivo. A dirla tutta, è molto divertente fare ipotesi sul mestiere professato dalla mamma dell’arbitro.
Sto provando a convivere con il resto dell’umanità in maniera pacifica, da ora in avanti voglio dire basta alle scenate e alle aggressioni. Magari ci andrò giù meno pesante anche con le imprecazioni.
Ho rotto con Enzo per l’ennesima volta.
Stavolta per l’ultima, giuro.
L’ho fatto in maniera adulta, tramite un’e-mail grammaticalmente impeccabile e del tutto priva di ingiurie.
Roberto, il mio terribile coinquilino dagli standard igienici poco elevati, lamenta spesso l’assenza dell’amico. Credo che si sia messo a comporre un pezzo prog rock in suo onore.
Proseguo con disperata ostinazione la stesura del romanzo che diventerà un best seller internazionale acclamato dai critici delle più prestigiose riviste.
A volte mi coglie la tentazione di riprendere gli studi in Lettere, e medito sull’ipotesi che forse l’analisi dei grandi del passato potrebbe darmi il giusto nutrimento intellettuale per diventare una buona scrittrice.
Passo le ore libere a fissare il word processor sigaretta alla bocca, senza battere mezzo tasto.
È quasi un’esperienza zen.
Alla fine è successo. Ancora non ci credo. Sancho ha pubblicato un nuovo post sul blog My Friend Quixote.
Dichiara di “aver sconfitto eroicamente la cupa mietitrice” che era comparsa sul suo cammino, sopravvivendo alla stessa malattia che fu fatale al padrone, altresì nota come quella squallida invenzione chiamata Realtà, e di essere pronto, dopo una lunga sosta, a nuove imprese sul “pianeta” Luna. Pensare che nel passato ne aveva parlato come di una stella!
Non riuscirete mai a immaginare quanti nuovi personaggi e situazioni sia riuscito a delineare in un solo post.
Mi viene l’acquolina in bocca se solo penso a ciò che seguirà.
Spero solo che gli abitanti del villaggio di Luna, nella provincia di Saragozza, sul pianeta Terra, non vengano mai a conoscenza della pagina web. O perlomeno non riescano a decifrarne le frasi, già abbastanza ostiche per un italiano madrelingua.
La lettura è stata corroborante, penso che stasera riuscirò a stendere un nuovo capitolo.
Le idee sono ben chiare nella testa, devo solo metterle giù e fingere di non sentire le vocine dispettose degli omini che risiedono nella mia testa e osano dire cose poco educate riguardo le mie qualità di scrittrice.
Prima, però, magari invio un messaggio a Enzo che, poveretto, in fondo non gli ho dato neppure l’opportunità di un confronto.
Sono sicura che stavolta le cose andranno in maniera diversa.