Proiettate nella vostra mente l’inquadratura in campo lungo di un campo coltivato nel mezzo della campagna.
In questo momento viene attraversato di corsa da una figura maschile, al nostro occhio ancora poco distinguibile.
Ma una cosa possiamo notarla fin da qua, non ha addosso nemmeno l’ombra di un vestito.
A dire il vero porta una benda nera sopra l’occhio sinistro, ma non so se ciò gli possa sottrarre la qualifica di “uomo che si aggira nudo come un verme per i campi coltivati”.
Il nostro voyeurismo ci suggerirebbe di zoomare con un obiettivo di tipo tele, ma egli sta già avanzando ad una velocità innaturale verso di noi. Verso di me.
Passeggiavo nei pressi del campo coltivato quando mi è capitato di avvistarlo.
Ora mi urla contro più volte le stesse due parole con tutto il fiato, non troppo, di cui è provvisto. Urla: «Incidente scatenante! Incidente scatenante! Incidente scatenante!»»
Ormai ci separano meno di dieci metri.
Non accenna a fermarsi, l’uomo che corre nudo come un verme ma con una benda a coprirgli l’occhio sinistro.
Gli faccio cenno con entrambe le mani di darsi una calmata, effettuare una sosta e spiegarmi cosa diavolo stia succedendo, ammesso che un singolo gesto possa riassumere tali richieste.
Lui allora rallenta fino a fermarsi del tutto e rimane lì, per alcuni interminabili istanti, a fissarmi il volto con l’unico occhio funzionante di cui pare provvisto, come se fossi una vecchia conoscenza di cui non ha ancora ricostruito l’identità.
Io invece non riesco a evitare di guardare sotto il suo, di volto.
Sapete, il corpo nudo e tutto quanto.
Poi riprende a muoversi, ma molto più lentamente.
Allunga la gamba per compiere il primo passo di un breve percorso che lo porta a me, accosta il capo imperlato di sudore al mio, e bisbiglia:« Il miglior modo per iniziare una storia è un’immagine forte con cui catturare l’attenzione del pubblico.»
Al termine della frase rovina al suolo privo di sensi.
Se questa fosse davvero la scena iniziale di una storia, magari di uno dei miei video, si chiuderebbe sulla mia espressione attonita.
Un bel primo piano che trasmetta il turbamento da cui sono pervaso.
Magari con l’aggiunta in post-produzione della mia voce narrante che esprime un commento del tipo: «Non immaginavo certo di fare un incontro di questo genere uscendo di casa per andare ad asparagi.»
Immaginate un vecchio orologio con pendolo, come quelli che si vedono nei vecchi film in bianco e nero.
Le lancette che si muovono rapidamente al contrario vi stanno suggerendo un salto indietro nel tempo.
Ora ci troviamo in una stanza ove è racchiusa quella che possiamo definire “la mia casa”.
Un buco nel sottosuolo munito di letto, mobile cucina con fornelli e minifrigo, scaletta per la porta d’ingresso, scrivania con pc e, dulcis in fundo, l’angolo bagno pudicamente schermato da un paravento con sopra i disegni di Iron Man.
Una reggia da far impallidire Versailles.
Eseguiamo una rapida panoramica della scrivania cercando di decifrare il caos multiforme di oggetti che vi sono sparsi. Dischi, libri, fogli con appunti e schizzi di storyboard, chiavi, tazzine di caffè vuote, confezioni che un tempo custodivano merendine.
Ci soffermiamo infine su una pila di biglietti da visita.
Riusciamo a leggere quello in cima, su cui è stampato a grandi lettere: “Liberio Putzu, Il miglior videomaker di Carbonia e dintorni.”
L’umiltà non ha mai fatto parte del mio carattere.
Davanti al pc siede l’unico occupante della stanza, un trentaquattrenne dall’aria stanca, curvo in una postura che terrorizzerebbe qualunque ortopedico munito di regolare licenza.
L’avete già conosciuto nell’incipit, si tratta del vostro per niente umile narratore.
In questo momento, assorbito dal lavoro, non mi solletica certo l’idea di poter incontrare nell’immediato futuro un uomo che corre nudo come un verme per i campi coltivati.
Tutta la mia attenzione è rivolta verso il montaggio di un video commissionatomi da un’importante etichetta di distribuzione blu ray, un contenuto extra da inserire in un prodotto la cui uscita è imminente.
Qualcosa di più elaborato e remunerativo degli usuali filmini di battesimi, cresime, compleanni, matrimoni, funerali.
Sto scherzando, le richieste di filmati dei funerali non sono così tante.
Sono dunque alle prese con un contenuto Alto, roba da veri cinefili sofisticati. Di cui, naturalmente, non comprendo neanche una virgola.
Mi è stato chiesto di filmare una lezione tenuta alla cineteca da un esimio critico, di quelli che insegnano nelle università e scrivono per le riviste di settore. L’oggetto della lezione è lo sceneggiatore e regista statunitense Charlie Kaufman.
Non l’avevo mai sentito nominare.
Dopo aver effettuato le doverose ricerche in rete ho scoperto di aver visionato in un passato abbastanza lontano circa un terzo di film da lui scritto, uno abbastanza famoso.
Si chiama Se mi lasci ti cancello, e non fa affatto ridere, nonostante il titolo sbarazzino e la presenza di Jim Carrey facciano presumere il contrario.
Andai a vederlo al cinema nel lontano 2004 insieme ad Alice, un’amica e compagna di liceo che cercavo in tutti i modi di far diventare qualcosa di più.
Oltrepassata la mezz’ora di proiezione mi supplicò esausta di abbandonare la sala. Non aveva tutti i torti, fino ad allora Carrey non aveva pronunciato una sola battuta divertente.
Non so quanto l’evento influì sugli sviluppi successivi, comunque Alice non diventò mai qualcosa di più di un’amica.
La mia frequentazione delle opere di Kaufman si sarebbe fermata senza rimpianti a quel frammento di film, se soltanto nelle ultime ventiquattr’ore non fossi stato costretto a visionare la sua intera filmografia per realizzare questo progetto su commissione.
Devo selezionare delle clip adeguate da inserire all’interno della lezione del Professor Scrittor Critico Super Sapiente, ma adesso, dopo un tour de force tra film complicati e software di montaggio, in assenza di una dose salutare di sonno, vedo il mondo intorno a me roteare vorticosamente, come se fosse ripreso in “effetto vertigo”, mentre il professore dentro lo schermo sembra invitarmi personalmente a riflettere sulla possibilità che la realtà in cui vivo sia soltanto un’allucinazione.
Mi alzo in piedi con un balzo deciso, raccolgo il mazzo di chiavi dal caos della scrivania e mi dirigo verso le scalette che portano all’uscita.
La scena successiva si svolge dentro un’automobile in movimento.
Siedo al volante e canticchio insieme agli altoparlanti un pezzo pop di quelli che ti si ficcano nella testa senza più abbandonarti.
Il paesaggio che si vede oltre il parabrezza è quello della campagna. Sono giunto presso il terreno di proprietà di mio padre e i suo fratelli, un tempo dominio di nonno Germano, un pastore che lo usava per custodire il gregge e vi aveva persino edificato una casetta.
Per quanto al giorno d’oggi non sia mantenuta nelle migliori condizioni possibili, la uso come base operativa quando si tratta di andare a caccia di asparagi. In questo momento mi pare l’attività più adatta a distrarmi dalle meta-stronzate cinefile.
Nonno Germano passò numerosi pomeriggi all’interno di quella catapecchia. Pare che nell’ultimo periodo vi portasse una delle capre del pascolo per giocarci insieme a carte.
Le aveva dato un nome, Teodoro, e la trattava come un vecchio amico.
Anche quando mia nonna lo costrinse ad abbandonare le sue attività, confinandolo tra le mura domestiche per evitare che il mondo venisse a contatto con quella che lei reputava una grave demenza, Nonno Germano continuò ad aspettare il compagno di gioco caprino al tavolo del salotto, sopra il quale le carte erano distribuite con ordine in vista della partita di briscola.
Pare che sul letto di morte abbia pronunciato diverse volte il nome Teodoro.
Una volta uscito dalla casa campestre di nonno Germano con una preziosa bustina blu destinata alla raccolta stretta nella mano destra, inizio la mia ricerca per la campagna circostante, accompagnato dalla musica deliziosamente disimpegnata che le cuffie mi sparano nelle orecchie.
Mentre costeggio alcuni campi coltivati situati nei paraggi le urla di un uomo si fanno largo in mezzo alle sonorità synth-pop.
Abbasso il volume per capire da dove provengano, mentre
l’urlatore ripropone con ripetitività ossessiva la stessa frase:
«Incidente scatenante!»
A questo punto ci starebbe alla perfezione una bella dissolvenza in nero.
La luce squarcia il buio.
Un occhio si riapre, permettendoci di sbirciare attraverso il suo punto di vista.
La prima cosa che vede è il mio volto preoccupato rivolto dritto in camera.
Chiedo: «Come va?»
Oltre me può scorgere la stanza principale della vecchia casa di campagna di nonno Germano.
Ho trasportato il nudista privo di sensi fin qui, fino al vecchio letto della vecchia casa, e l’ho coperto con le vecchie coperte logore, in attesa di un suo risveglio.
Mi guarda con un’espressione serena, senza dire nulla.
Azzardo una domanda: «Ricordi quello che è successo?»
Scuote la testa, mantenendo quel lieve sorriso da ebete.
Proseguo: «Non sapevo chi chiamare. Non avevi nulla addosso che potesse…» Il mio farfugliare si estingue con imbarazzo senza portare a termine la frase.
«Avevo il necessario» interviene allora lui.
Sollevo le sopracciglia per la risposta inattesa. Chiedo «C’è qualcuno che posso chiamare? Hai idea di cosa ti possa essere successo?»
«Ricordo soltanto di essere un pretesto narrativo per produrre un cambiamento nel tuo personaggio.»
Si è riferito a me come “personaggio”. Dovrei forse offendermi?
Ravviso nelle sue parole una follia non dissimile da quella del nonno.
Resto ad osservare per qualche secondo di troppo quella benda nera così appariscente che gli copre l’occhio, il tempo sufficiente affinché lui si renda conto della mia curiosità. «Oh, questa…” dice, accarezzandola. “Non c’è nessuna grande storia dietro. Era necessario un elemento estetico che colpisse l’occhio.”
Ride soddisfatto, poi ripete: «Che colpisse l’occhio…»
Non avendo ottenuto il suo nome decido tra di me di chiamarlo Benda.
Dico a Benda: «Per ora puoi restare qui, non c’è problema, ma preferirei chiamare un medico.»
I suoi occhi vengono attraversati dal terrore.
«Nessuno deve sapere tranne te.» dice, lapidario.
Faccio per chiedergli se è per caso coinvolto in affari loschi, ma vengo interrotto dal gracchiare di una squadriglia di corvi appollaiati sui rami dell’albero di fronte alla casa, quello ben visibile dalla finestra principale.
Benda balza in piedi e si avvicina al vetro per osservarli.
«Il vicinato potrebbe essere un po’ rumoroso.» dico. «A quei furfanti piace sistemarsi lì. Alla fine potresti affezionarti, chissà.”
Benda continua ad osservarli intensamente. Con un filo di voce sussurra: «Una pistola di Cechov.»
Tra me e me continuo a chiedermi se non sia il caso di chiamare un medico, nello specifico uno psichiatra.
Se questa fosse una storia, magari raccontata come se si trattasse di un mio video, ora assisteremmo a un montaggio rapido di varie piccole scene che andrebbe a coprire un arco temporale di più giorni.
Una compilation non esaustiva dei momenti passati in compagnia del mio ospite, presso cui mi reco quotidianamente per consegnare i pasti, aggiornarmi sullo stato della sua memoria e giocare a carte, cercando di scucirgli qualche informazione che possa aiutarmi a rintracciarne l’identità.
Sono presenti anche dei brevi spezzoni in cui siedo al pc, nel buio della mia stanzetta nel sottosuolo.
Sullo schermo, nel campo del motore di ricerca, si materializzano di volta in volta parole chiave quali “Persone con la benda nell’occhio scomparse nel Sud Sardegna”, “Trattamenti per l’amnesia”, “Malattia mentale che ti fa credere di essere in un racconto”, “Incidente scatenante”, “Pistola di Cechov”.
La luce che attraversa la stanza ha un colore violetto che rende l’atmosfera irreale.
Benda sta facendo il bagno immerso in un catino metallico color argento.
Io, seduto lì vicino, gli porgo la spugna mentre fingo di guardare qualsiasi cosa che non sia il suo corpo muscoloso.
Sopra il tavolo le carte sono distribuite per giocare a briscola.
Benda sfrega con lentezza quasi ipnotica la spugna sull’addome.
«È il tuo turno.» dice qualcuno fuori campo. «Gioca.»
Mi accorgo in questo momento che siedono al tavolo con me nonno Germano e la capra Teodoro. Entrambi hanno tra le mani le carte da gioco.
Benda mi incalza: «Su, Liberio. Non devi distrarti.»
Teodoro la capra, che ha l’aria assai contrariata, solleva la testa verso il soffitto ed emette un belato prolungato che mi riporta nel mondo della veglia.
Mi risveglio nel letto del mio domicilio sotterraneo, immerso nella proverbiale pozza di sudore.
Lo ammetto, si trattava solo di una scena onirica, come in quei film senza senso in cui il regista ti invita a decidere tu cosa voglia comunicare, perché è lui stesso a non saperlo.
Dopo aver lavato con una doccia fresca quello che mi è rimasto del sogno sono tornato alla casa di campagna per visitare Benda, quello “reale”.
Quando arrivo lo trovo davanti alla casa, intento a guardare i corvi sull’albero. Solo ora mi viene da pensare che non era mai uscito all’esterno dopo lo svenimento.
Dice: «Avrei preferito essere uno di quelli uccelli, tra tutti i personaggi di questa storia.»
Lo affianco per contemplare la gang dei pennuti dal manto nero e cercare di capire il sentimento che vuole comunicare.
In questo momento sospeso l’immagine poetica delle due persone di spalle che osservano l’albero, circondate da un paesaggio rurale da cartolina, potrebbe accompagnarsi al sottofondo di una vecchia canzone d’amore.
Qualcosa tipo:
I prati sono in fiore
profumi anche tu
ho voglia di morire
non posso piu` cantare
non chiedo di piu`
La prima cosa bella
che ho avuto dalla vita
e` il tuo sorriso giovane, sei tu
La mia mano sinistra sfiora la sua destra, che si ritrae rapidamente.
«Non è possibile, mi spiace.» dice Benda, continuando a guardare davanti a sé. «In narrativa le migliori storie d’amore sono quelle impossibili. Sono costretto a rifiutarti.»
«Sei ancora convinto che ci troviamo dentro una storia di finzione?»
«Arrivati nel pieno del secondo atto, stabilito un rapporto tra noi due, quella dell’infatuamento repentino era la svolta obbligata per proseguire il racconto. Bisogna ammettere, però, che Luca Sotgiu non è il più romantico degli scrittori.”
“Luca Sotgiu?” chiedo, incredulo. Poi, con la voce di due toni più acuta: «Scrittore?!»
È la prima volta che Benda nomina qualcuno.
Estraggo dalla tasca lo smartphone e cerco in rete il succitato “Luca Sotgiu”, che scopro essere un autore realmente esistente, per giunta originario di queste parti.
Non ci sono sue foto, ma svariati articoli di giornale parlano di lui.
Pare che Luca Sotgiu sia un artista controverso, avvezzo alla provocazione e dalla condotta sovente oltre i limiti della legalità, come dimostrano i suoi due soggiorni in carcere.
Un pezzo della cronaca locale racconta la presentazione catastrofica di un suo libro presso la libreria Murenu di Carbonia, degenerata in una violenta rissa.
La libreria Murenu, quella gestita da una mia compagna di classe delle medie, Annarita.
Non pensavo fosse ancora in attività.
Una lenta carrellata laterale sarebbe perfetta per mostrare la monolitica staticità degli scaffali impolverati della Libreria Murenu.
L’assenza di spazi vuoti tra i libri porta a chiederci a quanti decenni fa risalga l’ultima vendita.
Annarita in questo momento assiste in silenzio all’accoppiamento frenetico di due mosche sopra il bancone della cassa. Effettivamente la loro danza di passione ha qualcosa di ipnotico.
«Allora, come va il negozio?» le chiedo.
La sua risposta è un verso a metà tra un rantolo e una risata.
Non sapendo come interpretarlo, procedo oltre. «Era un po’ che non ci si vedeva, eh? Quante ne abbiamo visto poi a scuola, noi…»
«Già.» dice.
In verità neanche ci parlavamo ai tempi, noi.
«Mi piace questo posto. Dovrei passarci più spesso.» dico, cercando disperatamente di ravvivarla. «Sai, a me piacciono i polizieschi, di quelli dalla trama ben architettata, che nel finale spiegano tutti i misteri sorprendendoti e appagandoti.»
Lo penso davvero. Da lettore non chiedo nulla di meglio.
Annarita fa un lieve cenno col capo verso uno scaffale e dice: «Sezione Gialli e Thriller.»
Riprende a guardare le due mosche in amore, che proseguono imperterrite.
«Le ho trovate così all’apertura, stamattina. Non hanno smesso per un solo secondo.» dice.
Evito di esternare il mio scetticismo, ma decido piuttosto di sterzare la conversazione verso il reale motivo della mia visita. Dico: «Non hai qualche giallo scritto da un certo Sotgiu? Uno scrittore della zona.»
I suoi occhi fiammeggiano. «Quel coglione.» dice.
Stringe i pugni e aggiunge: «Quel bastardo.»
«So che è stato qui a presentare un suo libro, qualche tempo fa.» Dico allora io.
«Quel delinquente!» il suo tono di voce cresce in aggressività.
Sfoggio il sorriso più rassicurante di cui sono capace e cerco di scherzarci sopra: «Eh, so che la sua presentazione da queste parti non è stata proprio tranquilla.»
«Quel figlio di bagassa!» urla furibonda, agitando le mani convulsamente verso l’alto.
Passati i minuti necessari per consentirle di esaurire tutti gli insulti di cui serba conoscenza e poi riconquistare la padronanza di sé, Annarita mi fornisce la sua versione della presentazione tenuta dall’odiato scrittore presso la libreria.
La conditio sine qua non imposta dall’agente per la partecipazione del suo cliente era una bottiglia di mirto da cui avrebbe dovuto bere esclusivamente Sotgiu.
Seduta al suo stesso tavolo, il giorno dell’evento Annarita tentò di dialogarci con tutta la pazienza di cui si reputava capace dinanzi a un pubblico piuttosto nutrito per una libreria piccola come la sua.
A sentir lei, sono stati più i bicchieri bevuti dall’autore durante l’intervista che le frasi di senso compiuto che è stato capace di pronunciare.
Passati alle domande del pubblico, si è inspiegabilmente adirato per la prima richiesta, un quesito abbastanza vago e semplice sulle motivazioni che lo spingono ad esprimersi tramite la letteratura, ed è salito sul tavolo per orinare verso la platea.
A questo punto è scoppiata la rissa furibonda di cui si parla nel giornale. Diversi sono stati i feriti, in un paio di casi gravi.
Al termine del gran casino, Annarita si è dovuta occupare delle pulizie, «passando lo straccio sopra il piscio e il sangue».
Terminato il racconto, chiude con un consiglio: «Se davvero ti piacciono le storie con un finale risolutivo stai alla larga dai suoi libri. Anzi, stacci alla larga in ogni caso.»
«Sai, mi è stato fatto il suo nome per la sceneggiatura di un mio mediometraggio. Dicono che è l’autore più adatto al tema trattato.» La mia improvvisazione creativa pare abbastanza credibile. Mi faccio coraggio e aggiungo:« Solo che non riesco a rintracciarlo. In verità pensavo che tu avessi un contatto.»
«Sotgiu odia il cinema, non lavorerebbe mai con te. Ed è meglio così, fidati. Poi non vuole essere disturbato da nessuno, odia la gente.» terminata la frase, Annarita si illumina in volto. Poi aggiunge: «Però, se proprio vuoi tentare, io saprei dove abita, il coglione.»
Quello che spunta dalla porta socchiusa è un omone di due metri in vestaglia, sormontato da una chioma ricciuta di un arancione acceso.
I suoi occhi vacui di un azzurro acquoso mi fissano in modo inquietante.
Provo a dirgli qualcosa, farfugliando. :«Sto cercando Luca Sotgiu. Io sono…»
Non mi lascia proseguire oltre. «So chi sei.» sibila.
Con la testa mi fa cenno di seguirlo all’interno, e io eseguo l’ordine con diligenza.
La sala principale è un cimitero di bottiglie vuote di ogni forma e dimensione. A leggere le etichette dubito che qualcuna potesse contenere sostanze non alcoliche.
Sotgiu mi fa cenno di sedere sul divano. Io obbedisco, lui rimane fermo in piedi e continua a fissarmi con quegli occhi da assassino, probabilmente in attesa che gli spieghi il perché della mia visita.
«Ha affermato di sapere chi sono.» dico, pronunciando le parole con estrema cautela.
«Tu fai video.» dice lui.
«Ah, certo! I video. Io invece ho sentito parlare di lei da una persona particolare, una che ho incontrato in campagna.»
Non riesco a capire se sta seguendo il mio discorso, se ha già intuito dove voglio andare a parare. Quel gigante rosso-chiomato mi mette inquietudine.
«Chi?» chiede.
«In verità speravo che fosse lei ad aiutarmi a ricostruire l’identità dell’uomo di cui parlo. Ha avuto un incidente che gli ha fatto perdere completamente la memoria. Dice di essere il personaggio di un suo racconto, un pretesto narrativo senza caratterizzazione il cui unico scopo è quello di far evolvere me, che sarei il protagonista.»
Un sorriso compiaciuto si dipinge sul volto di Sotgiu.
«Tu cosa nei pensi?» mi chiede. «Pensi di essere il protagonista di un mio racconto?»
Se fossimo in un mio video, adesso guarderei dritto in camera e sfonderei la quarta parete con un’occhiata perplessa verso il pubblico.
Cerco di assecondare il padrone di casa. Dico: «Se davvero fossi in un suo racconto, gradirei tanto sapere da lei come si risolveranno le cose. Chi è davvero questo uomo misterioso che ospito nella mia casa di campagna?»
«Il racconto è ancora in fase di scrittura.» grida Sotgiu. «Non ostacolare la mia creatività.»
Devo averlo fatto incazzare.
«Posso leggere quello che ha scritto finora?» provo a chiedere, supplicante, tenendo gli occhi fissi sui suoi.
Lui abbassa lo sguardo e abbandona la stanza di gran passo.
Non faccio in tempo a sospirare lasciandomi andare sul divano che già sta facendo ritorno con un fucile e una scatola di munizioni.
Mi sollevo con movimenti estremamente lenti e gli faccio cenno di calmarsi.
« Ma è un vero fucile, quello? Cosa te ne fai dentro casa? Siamo a Carbonia, mica in Alabama.» dico, allarmato.
Quando carica il colpo mi immagino il momento dilatato in un rallenty infinito da gangster movie, con tanto di effetto sonoro del fucile ben udibile. “Ka-tchak!”
Un lungo attimo di terrore successivamente al quale me la filo a gambe levate dalla porta d’ingresso.
Il paesaggio è illuminato in maniera quasi fiabesca dai raggi lunari quando torno alla casa di campagna che un tempo fu di nonno Germano.
L’albero davanti all’ingresso a quest’ora è privo di inquilini uccelleschi, e vige la tranquillità.
Entro nella casa fischiettando, tenendo tra le mani le buste contenenti gli abiti di ricambio e i pasti destinati al mio ospite, compresa una succulenta pasta con gli asparagi.
Ma nessuno reagisce al mio ingresso, nessuno risponde al mio saluto.
Di Benda non c’è traccia, né dentro né fuori.
Di lui è rimasta solo la benda sul letto dove lo trasportai tempo fa, dopo il nostro primo incontro per i campi coltivati.
Di Benda è rimasta solo la benda.
Un altro montaggio rapido ora illustrerebbe in qualche decina di secondi la routine nel periodo successivo alla scomparsa del mio amico.
La maggior parte del tempo la spendo davanti al computer a lavorare a quel tediosissimo video. Continuo a non capire assolutamente niente di meta-narrativa, nemmeno attraverso le parole del Professorone che è intervenuto alla cineteca.
E l’idea di far parte io stesso di un’opera di questo genere rimane a parer mio parecchio inverosimile.
La sequenza terminerebbe con una mia incursione solitaria all’esterno della casa dello scrittore Luca Sotgiu. Lo spio dalla finestra mentre va a avanti e indietro per la sua residenza a monologare sui problemi del finale di un racconto a cui sta lavorando.
«Mi manca solo la chiusa!» ringhia. «Solo la chiusa!»
Quando il mio piede schiaccia involontariamente un rametto sul terreno al di qua della finestra, Sotgiu imbraccia il fucile e si dirige alla porta infuriato urlando di volere dare ai disturbatori umani quello che si meritano.
Prima che la raggiunga sono già in una via lontana, correndo con tutta l’energia di cui sono capace.
Un giorno, durante una delle mie sempre più rare visite presso la casa di campagna , vedo un corvo privo di un occhio sopra il solito albero.
Con l’altro mi guarda nella stessa maniera di Benda. Nella testa mi risuonano i versi di quella vecchia canzone…
La prima cosa bella
che ho avuto dalla vita
e` il tuo sorriso giovane, sei tu
Dopo un lungo confronto fatto di sguardi da film western scende dal ramo e mi si avvicina a passetti.
Quando però faccio a mia volta un movimento, quasi del tutto inconsapevole, lui vola improvvisamente in cielo.
Lontano, fino a sparire dalla vista.
Se fossimo in un mio video, il suo volo potrebbe essere seguito a distanza da un’inquadratura che ci trasmetta un forte senso di libertà, frammista a una vaga malinconia.
A questo punto torno dentro la casa di campagna per una partita a solitario, durante la quale rifletto rifletto sul concetto di “pistola di Cechov”.
Benda lo nominò quando vide per la prima volta lo stormo di corvi sull’albero. Secondo le mie ricerche, il termine “pistola di Cechov” indicherebbe quegli elementi di un racconto la cui prima apparizione prelude ad un loro uso per un colpo di scena successivo.
Così come “Incidente scatenante”, termine da lui urlato durante il nostro incontro iniziale, starebbe a indicare l’evento che avvia la trama e vera e propria.
La testa mi gira come se fossi sopra l’ottovolante.
La possibilità anche minima di vivere dentro un racconto è talmente assurda da volerlo scrivere io, questo racconto, nella speranza di chiarire a me stesso quanto accaduto.
Rifletto su ciò mentre torno a casa in auto, dove mi attende un personal computer regolarmente munito di word processor.
Chissà, forse potrei usare l’espediente di raccontarlo come se si trattasse di uno dei video che realizzo per lavoro. Sono abituato a ragionare in termini registici, dopotutto.
Alla fine, come avete potuto constatare leggendo fin qui, sono riuscito a descrivere la mia strana avventura.
Ma se non fossi io a scrivere per davvero?
Se non fossi altro che uno strumento dello scrittore pazzo Luca Sotgiu, una sua creazione, il protagonista narratore in prima persona di un racconto di finzione che esiste solo all’interno di esso e che, una volta terminate le parole di cui è composto, svanirebbe nel nulla?
Sarebbe una vera fregatura.