Quando Asia vide per la prima volta il Palazzo ebbe la sensazione di trovarsi dinanzi ad una colossale divinità aliena con migliaia di occhi fosforescenti.
Il secondo pensiero ad attraversarle la mente fu che da quelle finestre non parevano pervenire segnali di vita. Non aveva ancora fatto la nostra conoscenza, ma noi la aspettavamo da tempo.
Tutto iniziò con una ricerca di annunci in rete successiva ad una brusca separazione.
Da tempo Asia aveva difficoltà a vivere con lui, che poco capiva i suoi problemi e le rinfacciava di essere troppo fredda, troppo strana, un enigma che temeva di non poter mai svelare.
Fuori casa spesso sembrava non riconoscerlo, e lui diffidava di quella patologia dal nome complicato. Prosopagnosia, ripeteva sempre lei con intonazione da maestrina. Prosopagnosia.
Quando Asia gli disse di averlo visto in giro con un’altra lui la invitò a dubitare dei suoi occhi proprio a causa di tale disturbo.
Quest’argomentazione non riuscì a impedire la rottura definitiva.
Asia rilesse innumerevoli volte il nostro annuncio, perché le sembrava troppo bello per essere vero. Era l’appartamento che aveva sempre sognato, forse situato in un piano troppo elevato, ma ad un prezzo quasi impossibile da credere.
Lì, pensava, avrebbe passato volentieri il resto della vita a lavorare al computer, lontana dal caos del mondo.
Quando entrò per la prima volta nel Palazzo noi tutti fummo abbracciati da questi suoi pensieri, e iniziammo a pensare con lei.
Il nostro Enrico, dopo averla accolta all’ingresso ed essersi identificato come l’agente immobiliare responsabile dell’annuncio, le fece strada all’interno.
Nei ricordi di Asia è ancora oggi vivo il ricordo dell’entusiasmo di quei momenti in cui attraversava quell’atrio così pulito e silenzioso, ma anche della frustrazione provata nel decifrare, o tentare di farlo, le espressioni facciali dell’uomo.
Pensò che la prosopagnosia stesse peggiorando, poiché in quel volto intravedeva a malapena delle forme sfocate che, in base alla loro posizione, poteva identificare come un paio d’occhi, un naso e una bocca.
Anche se non riusciva a vederla con chiarezza, ebbe la sensazione che quella bocca sorridesse mentre l’uomo le rivelava di abitare lui stesso all’interno del Palazzo.
Enrico vive con noi da molti anni prima di quel momento. Sappiamo bene che ha sempre amato fare questo mestiere.
L’ascensore salì senza emettere il minimo lamento al quarantaquattresimo piano. Durante il rapido tragitto Asia rimase a fissare con aria interrogativa quel tastierino elettronico così grande e ricco di strani simboli. Dentro di sé, scherzosamente, lo bollò come una qualche diavoleria tecnologica sottratta ad un disco volante.
Mentre si perdeva in pensieri così frivoli udì alle sue spalle il suono di una risata soffocata sul nascere. Si voltò verso Enrico, che probabilmente stava sorridendo, ma non poteva avere la sicurezza di ciò e riprese a guardare il tastierino alieno facendo finta di nulla.
Durante quella prima visita nell’edificio Asia non incontrò altre persone, né udì voci o suoni riconducibili alla presenza di altre persone nell’edificio oltre a loro due. Eppure quel giorno, per tutto il tempo in cui vi si trattenne, fu pervasa dalla sensazione di trovarsi insieme a una folla smisurata di individui invisibili consapevoli del suo trovarsi lì.
Stava iniziando a conoscere il Palazzo. Noi ricordiamo molto bene quella data.
E ricordiamo bene lo stupore che provò quando vide per la prima volta l’appartamento che aveva sempre sognato abitare.
Enrico ottenne il sì di lei in quello stesso giorno, e il trasferimento definitivo avvenne in poche settimane.
Asia era felice. Noi eravamo felici.
Il giorno dell’insediamento vide finalmente un’altra persona del Palazzo.
Quando uscì dall’ascensore per dirigersi verso la porta di casa la vicina si affacciò dalla porta semichiusa dell’appartamento di fianco e la osservò con una faccia che ad Asia parve, incredibilmente, del tutto priva di lineamenti, dopodiché tornò dentro senza proferir parola, richiudendo la porta con un tonfo secco.
La scena si ripeté più volte in quel primo, confuso, periodo, e non ricevettero alcuna risposta i ‘buongiorno’ e ‘buonasera’ di Asia, dentro la quale, inoltre, montava la preoccupazione per quello che credeva essere un grave peggioramento del suo disturbo. La stuzzicava un poco, tuttavia, il dubbio che la vicina potesse davvero essere priva di occhi.
Passavano i giorni e diminuiva in lei la voglia di uscire nel mondo esterno. C’era qualcosa di talmente ospitale nella sua nuova abitazione, e nell’intero Palazzo, che rendeva minaccioso ai suoi occhi tutto ciò che non ne faceva parte.
Passò le giornate davanti al pc a programmare senza sosta, interrotta soltanto dall’improvvisa assenza del segnale di rete.
Trascorsero le ore, ma l’accesso ad internet le restava precluso, e con esso la possibilità di proseguire il lavoro. Neppure il telefono era in grado di navigare in rete, ma con esso poteva effettuare chiamate regolari.
Provò a chiamare l’agente immobiliare Enrico, diverse volte, ma non ottenne alcuna riposta.
L’unica altra persona a cui avrebbe potuto chiedere aiuto era la stessa da cui era scappata, e mai e poi mai avrebbe voluto avere ancora a che fare con lui.
L’agitazione crebbe quando si rese conto che il frigorifero era vuoto, e fissandone in silenzio gli scaffali freddi e deserti realizzò che aveva fatto la spesa prima del trasferimento, e che non usciva da ormai chissà quanti giorni.
Trascorsero le ore, e trascorse una notte priva di sonno.
Il mattino seguente Asia si affacciò dalla porta d’ingresso e la prima cosa che vide fu lo sguardo privo di occhi della vicina di casa Amelia, di cui lei però ancora non conosceva il nome. Fu Asia la prima a retrocedere, questa volta.
Tornò in un battibaleno all’interno, chiudendo bene a chiave la porta prima di infilarsi sotto le coperte. Rimase ad ascoltare in silenzio, respirando profondamente, tutti i suoni che le arrivarono dal palazzo, che mai come allora le parve pieno di vita.
Suoni di molteplici passi che procedono alla stessa velocità, di infinite voci che sembravano una sola, priva di sesso e di età.
La fame e l’agitazione le stavano facendo perdere contatto con la realtà, pensò.
Eravamo preoccupati per Asia.
Rimase lì, nel letto, ad origliare quello sconosciuto universo sonoro per un tempo che non avrebbe saputo definire. Per lei potevano benissimo essere sia ere geologiche che minuti.
Fu riportata alla realtà, o qualunque fosse la situazione in cui si trovava, dal suono del campanello del proprio appartamento. Fu la prima volta che lo sentì.
Prese un forte respiro e corse ad aprire, trovando davanti a sé solo il nulla.
La porta dell’appartamento vicino si richiuse in quello stesso momento sbattendo con violenza, costringendola ad affacciarsi oltre la soglia e voltare la testa di lato per controllare.
Il primo pensiero fu quello di andare a chiedere lumi ad Amelia. Il pensiero successivo riguardò il dubbio su come essa stessa avesse appreso il nome della vicina, che non le aveva mai parlato e di cui non aveva mai sentito parlare da nessuno.
Non fece in tempo a trovare una risposta che la sua attenzione si concentrò sui propri piedi, e su ciò che aveva calpestato, un pezzo di carta che era evidentemente stato infilato sotto la porta, sul quale erano appuntati un username e una password relativi alla rete wi-fi denominata “Il Palazzo”.
Incredula, Asia corse al pc per effettuare l’accesso.
Certo, il motore di ricerca a cui veniva ineluttabilmente reindirizzata non era di sua conoscenza, ma in quel momento i borbottii dello stomaco agonizzante erano tutto ciò di cui preoccupava, e lo utilizzò per ricercare il supermercato più vicino.
La bocca le si spalancò quando vide sulla mappa che il supermercato più vicino si trovava dentro il Palazzo.
Si spalancò ancora di più quando se lo trovò di fronte, una volta scesa al tredicesimo piano.
Un brano classico per violoncello veniva diffuso dagli altoparlanti del supermercato. Le trasmise calma. Tra gli scaffali si aggiravano persone, non troppe.
Tutte procedevano con lo stesso passo regolare e con gli stessi identici gesti infilavano i prodotti nei loro carrelli.
Non parlavano tra di loro, e non c’era personale a cui rivolgersi.
Le casse erano automatiche, e nessuno pareva avere la minima intenzione di oltrepassarle senza pagare.
Non avevano gli occhi, le bocche o i nasi. Ormai Asia poteva vedere con chiarezza le loro facce vuote, inumane, e mentre li guardava sentiva di conoscerli, e di conoscere i loro nomi.
Sapeva perché erano lì, e conosceva le persone da cui sarebbero tornati una volta rimesso piede nei loro appartamenti.
Tutti vivevano nel Palazzo. Come lei.
Nella rete a cui ora aveva accesso dal computer di casa poté scoprire la storia di quel colossale e alieno edificio.
Approfondì le nostre storie, e iniziò a capire che erano anche la sua.
Non c’erano siti web relativi al mondo esterno, e non ve n’era bisogno.
Dopo ore ed ore di navigazione, e innumerevoli scoperte, ricevette una mail dall’agente Enrico riguardo una proposta di lavoro.
Si ricordò di averlo avuto, un lavoro, in un tempo che ormai le sembrava lontano e sfocato come i volti delle persone che aveva sempre faticato a riconoscere nel mondo là fuori.
Ma nel Palazzo era diverso.
Nessuno aveva una faccia, eppure lei conosceva tutti. Anche se non ci aveva mai parlato.
La mail parlava di un incontro nel giardino del palazzo.
Quando si avvicinò l’ora prevista Asia entrò nell’ascensore vestita dell’abito più elegante del suo guardaroba. Una volta premuto lo strano simbolo che le era stato indicato nella mail, nell’ascensore iniziò a diffondersi la stessa, rilassante, musica per violoncello che aveva sentito nel supermercato, e il viaggio verso il luogo dell’incontro, il “cortile”, ebbe inizio.
Il brano si ripeté un numero di volte che non avrebbe saputo quantificare, mentre la discesa proseguì per poi diventare una salita, e poi degli spostamenti orizzontali, e forse persino in diagonale.
Le porte si aprirono su piani, su mondi.
Entravano e uscivano in silenzio persone prive di volto, ma che lei conosceva benissimo. E noi conoscevamo benissimo lei.
Quando infine giunse al grande cortile sotterraneo non ebbe alcuna sorpresa.
Era come se fosse già stata migliaia di volte in quell’oasi deliziosa baciata da un sole artificiale, dove si aggiravano tranquillamente gli inquilini del palazzo.
Correvamo, passeggiavamo, riposavamo all’ombra.
Riconobbe in mezzo alla folla anonima l’agente immobiliare Enrico.
Lo salutò con un cenno del capo e lui le venne incontro porgendole la mano. Noi le andammo incontro porgendole la mano.
Lei la strinse, e stringemmo la mano con lei.
Lui le parlò, senza parlare, della proposta di lavoro, di come le sue qualità informatiche fossero fondamentali per gestire il nostro codice.
Il codice che tutti ci attraversa e che tutti attraversiamo. Il codice che noi siamo e noi saremo. Il codice di noi, il Palazzo.
Asia ascoltò e rimase in silenzio a lungo, senza rispondere, ma sapevamo già quale sarebbe stata la risposta.
Poi, nel suo capo ormai privo di volto si affacciò un sorriso.